Autismo e comportamento ossessivo-compulsivo condividono tratti che, a uno sguardo superficiale, possono apparire simili.
Ripetitività, rituali, bisogno di prevedibilità. Eppure, dietro queste manifestazioni, si nascondono funzioni profondamente diverse. Comprenderle non è solo una questione clinica, ma un passaggio decisivo per costruire percorsi di cura efficaci e rispettosi della persona.
La relazione tra disturbo dello spettro autistico e disturbo ossessivo-compulsivo è oggi ampiamente documentata.
I dati epidemiologici mostrano una forte associazione bidirezionale: le persone autistiche hanno un rischio più che doppio di sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo, mentre chi convive con il disturbo ossessivo-compulsivo presenta una probabilità significativamente più alta di ricevere nel tempo una diagnosi di autismo.
Studi recenti indicano che oltre l’11% dei giovani nello spettro autistico presenta anche comportamenti ossessivo-compulsivi clinicamente rilevanti, una percentuale nettamente superiore a quella osservata nella popolazione generale.
Questa co-occorrenza non è neutra. I quadri clinici risultano spesso più complessi, i percorsi terapeutici più lunghi e la risposta ai trattamenti standard meno efficace.
Nei giovani con doppia diagnosi, la durata media delle cure supera i seicento giorni, con un maggiore ricorso a terapie farmacologiche.
Numeri che parlano di una sofferenza significativa e di un bisogno ancora largamente insoddisfatto di interventi mirati.
In Italia il contesto rende la sfida ancora più complessa.
Si stima che centinaia di migliaia di persone sperimentino il disturbo ossessivo-compulsivo nel corso della vita e che almeno un bambino su 77, nella fascia 7-9 anni, abbia una diagnosi di disturbo dello spettro autistico.
Questo significa decine di migliaia di potenziali situazioni di co-occorrenza, in un sistema sanitario che fatica a offrire servizi specialistici adeguati e protocolli specificamente pensati per questa intersezione clinica.
Uno dei nodi centrali riguarda la distinzione tra comportamenti autistici naturali e compulsioni. Nel disturbo ossessivo-compulsivo, le ossessioni sono pensieri o immagini intrusive, vissute come estranee e fonte di ansia, mentre le compulsioni sono azioni ripetitive messe in atto per ridurre temporaneamente quella stessa ansia.
Non producono piacere, ma solo un sollievo effimero, alimentando un circolo vizioso che limita l’autonomia e la qualità della vita.
Molti comportamenti ripetitivi presenti nello spettro dell’autismo, invece, svolgono una funzione completamente diversa.
Lo stimming, il bisogno di routine, l’interesse intenso per attività specifiche sono spesso strumenti di autoregolazione emotiva e sensoriale.
Aiutano a gestire il sovraccarico, a ridurre lo stress, a mantenere un equilibrio interno.
Sono comportamenti ego-sintonici, cioè vissuti come coerenti con il proprio modo di essere, e rappresentano risorse fondamentali per il benessere della persona.
Confondere questi due piani può avere conseguenze rilevanti. Intervenire indiscriminatamente per eliminare tutti i comportamenti ripetitivi rischia di privare la persona autistica di strategie essenziali di adattamento, aumentando ansia, disorganizzazione e sofferenza.
È qui che la distinzione diventa un atto di cura.
A questa esigenza risponde “Affrontare il disturbo ossessivo-compulsivo nello spettro autistico – manuale + workbook”, firmato dalla psicologa clinica Amita Jassi.
L’opera propone un protocollo strutturato che aiuta a comprendere la correlazione tra autismo e comportamento ossessivo-compulsivo, chiarendo perché alcuni comportamenti ripetitivi siano necessari per stare bene e quali, invece, vadano riconosciuti come disfunzionali.
Il percorso accompagna terapeuti e persone autistiche in un lavoro graduale, step by step, supportato da esercizi pratici, per osservare i comportamenti, comprenderne la funzione e valutarne l’impatto sulla vita quotidiana.
Il valore dell’opera risiede anche nella sua struttura. Il manuale teorico è pensato per i professionisti, offrendo strumenti clinici e cornici interpretative aggiornate. Il workbook, invece, è dedicato agli adolescenti e ai giovani adulti autistici, che vengono coinvolti attivamente in un percorso di consapevolezza e autodeterminazione.
Non si tratta di subire un trattamento, ma di comprendere se stessi, imparare a distinguere ciò che sostiene il benessere da ciò che alimenta la sofferenza e partecipare in modo informato alle scelte terapeutiche.
Questo approccio si inserisce pienamente nel paradigma della neurodiversità, che riconosce l’autismo non come una malattia da curare, ma come una variante neurologica naturale.
In questa prospettiva, il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo non può tradursi in una negazione dell’identità autistica, ma deve puntare a ridurre la sofferenza clinica preservando e valorizzando le strategie di autoregolazione della persona.
Distinguere tra autoregolazione e compulsione, tra ciò che fa stare bene e ciò che intrappola nell’ansia, significa spostare il baricentro della cura: dalla normalizzazione forzata al benessere reale.
È una sfida clinica, culturale ed etica, che riguarda non solo i terapeuti, ma l’intero sistema di presa in carico delle persone neurodiverse.
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