Il DDL sui caregiver segna un passo avanti sul piano giuridico, ma lo stanziamento previsto e i criteri di accesso al contributo economico non sono all’altezza del sacrificio quotidiano di chi si prende cura di un familiare con disabilità.
Il riconoscimento formale dei caregiver familiari era atteso da anni.
Ma il valore sociale della cura non può fermarsi a una definizione normativa né essere compensato con un sostegno economico simbolico e fortemente selettivo.
Il Consiglio dei Ministri ha recentemente approvato il disegno di legge recante “Disposizioni in materia di riconoscimento e tutela del caregiver familiare”.
Il provvedimento introduce un pacchetto di interventi strutturali che prevedono il riconoscimento giuridico del caregiver, tutele previdenziali e lavorative e una misura di sostegno economico.
Il disegno di legge passerà ora all’esame delle Camere per il completamento dell’iter legislativo.
Soddisfatta la Ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, che ha definito il testo una sintesi di oltre trenta proposte di legge presentate negli anni, spesso rimaste bloccate per mancanza di risorse o per l’impossibilità di circoscrivere una platea sostenibile.
“Oggi mettiamo un punto fermo, dal quale non si torna più indietro”, ha dichiarato la Ministra, “dal quale poter proseguire e migliorare da qui e per il futuro proposte e misure”.
Il cuore del ddl è il riconoscimento formale del caregiver familiare, accompagnato da un sistema di tutele differenziate basato sull’intensità dell’impegno di cura.
Al livello più alto si colloca il caregiver convivente e prevalente, seguito da altre figure con carichi assistenziali differenti.
In questo quadro viene previsto un contributo economico erogato dall’INPS fino a un massimo di 400 euro mensili, corrisposti ogni tre o sei mesi.
Tuttavia, il contributo è riservato esclusivamente ai caregiver conviventi che assistono persone con disabilità gravissima per almeno 91 ore settimanali, e che versano in condizioni di forte disagio economico: reddito annuo non superiore a 3.000 euro e ISEE non superiore a 15.000 euro.
Una platea estremamente ristretta, che lascia fuori una parte significativa di chi ogni giorno sostiene carichi di cura altrettanto gravosi.
Accanto al riconoscimento giuridico, emerge una contraddizione profonda.
Le energie profuse da un caregiver possono davvero essere misurate in base alle ore settimanali di assistenza o al reddito annuo?
È legittimo stabilire una soglia numerica per certificare il valore della cura, come se stanchezza, ansia e rinuncia a una vita propria potessero essere quantificate in un monte ore o ridotte a un indicatore ISEE.
Essere caregiver significa spesso iniziare a combattere prima ancora di mettere i piedi giù dal letto.
È una lotta silenziosa fatta di spiegazioni continue, richieste, difese, discussioni per ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto naturale.
La quotidianità è segnata da una burocrazia che rimbalza responsabilità, promesse non mantenute e da un sistema che fatica a comprendere la complessità della cura.
Quando la disabilità entra in famiglia, il peso cambia natura.
È una fatica che non sempre si vede, ma che scava in profondità.
È rinunciare al lavoro o accettare occupazioni precarie, ridurre le relazioni sociali, sacrificare la vita affettiva.
Quando la malattia colpisce un figlio, gli equilibri di una coppia spesso saltano, e il carico assistenziale si intreccia con la paura per il futuro e una solitudine che diventa strutturale.
Il dolore più grande resta quello di vedere l’amarezza negli occhi dei propri figli. Un’amarezza che non dovrebbe appartenere a un bambino.
È in quei momenti che il caregiver diventa scudo e voce, anche a costo di esporsi, di logorarsi, di consumare ogni residua energia.
Il Parlamento è ora chiamato a fare un passo ulteriore.
Il riconoscimento giuridico, da solo, non basta.
Senza uno stanziamento di risorse adeguato e senza una visione che riconosca il valore sociale della cura al di là di parametri economici e temporali, il rischio è istituzionalizzare una disuguaglianza, legittimando l’idea che la cura possa essere sostenuta solo fino a un certo limite di povertà.
La fragilità dei caregiver emerge con forza nei momenti più semplici e drammatici: quando una banale influenza li mette in difficoltà, quando anche solo per un attimo non riescono a garantire l’assistenza come vorrebbero.
È allora che si comprende quanto l’intero sistema poggi sulle spalle di singoli individui, spesso soli e spaventati.
Eppure, nonostante tutto, i caregiver resistono. Continuano a lottare anche quando tornano a casa svuotati, amareggiati, delusi.
Chiedono che questo impegno venga riconosciuto con scelte politiche coraggiose, capaci di andare oltre i numeri e di restituire dignità a una fragilità che ogni giorno tiene in piedi la comunità.
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