Oltre 80 interpreti tra fragilità, talento e passione sul palco dell’Elfo Puccini per uno spettacolo corale che unisce teatro, inclusione e cittadinanza attiva
Dal romanzo ottocentesco di Mary Shelley a un palcoscenico attraversato da storie vere, biografie ferite, rinascite e risate: “The Mary Shelley Picture Show” è molto più di uno spettacolo.
È un gesto politico e poetico, un laboratorio collettivo dove ogni fragilità si fa arte e ogni diversità si trasforma in valore scenico.
Ideato da Minima Theatralia e dal duo milanese Duperdu, andrà in scena il 12 e 13 giugno 2025 al Teatro Elfo Puccini di Milano, per poi partire con un tour nei quartieri popolari della città.
Un mostro gentile, un palco popolato da ottanta interpreti dai 5 agli 80 anni, una drammaturgia che intreccia autobiografie e letteratura gotica, e un’idea chiara: l’inclusione non è una concessione, ma una forma d’arte.
Lo spettacolo si ispira alla vita e all’opera di Mary Shelley e al suo “Frankenstein o il moderno Prometeo”, declinandoli in chiave teatrale, partecipativa e urbana.
Un lavoro che fonde cinema, letteratura, ironia e marginalità, nel rispetto delle fragilità e della creatività di ogni partecipante.
INCLUSIONE IN SCENA: OLTRE LA RAPPRESENTAZIONE
Sul palco, insieme agli artisti professionisti, salgono cittadini e cittadine di ogni provenienza: persone con disabilità, utenti psichiatrici, anziani, migranti, bambini, donne in difficoltà.
Non attori nel senso canonico del termine, ma interpreti autentici di sé stessi, le cui vite si fanno teatro.
La regia di Marta M. Marangoni restituisce la voce a chi raramente la ha, escludendo ogni forma di pietismo o spettacolarizzazione.
“La singolarità di ciascuno non viene normalizzata, ma esaltata come forza drammaturgica” – spiegano i promotori – “Il nostro Frankenstein è il simbolo dell’identità negata e poi rivendicata, del diritto ad essere riconosciuti per ciò che si è, nonostante e grazie alla propria imperfezione.”
La drammaturgia, firmata da Francesca Sangalli, nasce da un lungo processo laboratoriale condotto nei quartieri milanesi di Niguarda, Quarto Oggiaro, Comasina, Affori e altri ancora, grazie alla collaborazione con scuole, centri diurni, associazioni e luoghi informali.
Le musiche originali, eseguite dall’Orchestra Inclusiva Esagramma, avvolgono la scena con un tessuto sonoro emotivo e potente.
BIOGRAFIE E COMUNITÀ: LE VERE PROTAGONISTE
Dietro i personaggi, ci sono storie vere.
Come quella di Erminia Munari, donna senza gambe dalla nascita, ex direttrice di una comunità per disabili psichici, ironica e tagliente, che ama l’applauso quanto il teatro.
O quella del marito, Michele Lafortezza, attore spastico che con il suo spettacolo “Handy o non handy” ha saputo trasformare il limite in comicità.
C’è Erika Zini, impiegata e scrittrice, sopravvissuta alla violenza domestica, che ha trovato nel teatro “una sfida umana, prima che artistica”.
E Ruslana Lytvynyuk, ucraina con formazione teatrale, che in Italia aveva chiuso il cassetto del sogno. “Grazie a questo progetto – racconta – ho trovato finalmente un ambiente che accoglie”.
Cesare Snelli, ex fotografo e utente psichiatrico per 25 anni, oggi è docente di fotografia nei centri psico-sociali e coinvolge i suoi ex terapeuti nello spettacolo.
La colombiana Celmira Orozco, madre sola e attivista, partecipa grazie a un servizio di babysitteraggio artistico: anche i suoi figli sono parte dello spettacolo.
UN TOUR NEI QUARTIERI: LA CULTURA CHE RITORNA ALLE RADICI
Dopo le due serate al Teatro Elfo Puccini, lo spettacolo attraverserà i quartieri popolari di Milano tra giugno e ottobre 2025, riportando l’arte nei luoghi da cui provengono i protagonisti.
Oratori, giardini pubblici, centri anziani, CAM e piazze diventeranno scenari di un racconto collettivo.
Tra i partner: la Fondazione Sequeri Esagramma, il Collettivo Clown, il Coro Ipazia e la costumeria sociale Sunomi, che ha curato costumi e scenografie con materiali riciclati e donati dai cittadini.
Un oggetto simbolico – la cerniera – è stato raccolto porta a porta per essere trasformato in elemento scenografico, simbolo di una cicatrice che ricuce storie e comunità.
Il progetto è supervisionato scientificamente dalla prof.ssa Giulia Innocenti Malini, docente di Teatro Sociale all’Università di Pavia, ed è dedicato ad Antonio Sancassani, storico fondatore del Cinema Mexico, pioniere del Rocky Horror in Italia.
UNA NUOVA NARRAZIONE DELLA DIVERSITÀ
“The Mary Shelley Picture Show” non è soltanto uno spettacolo.
È una dichiarazione d’intenti, un atto politico che sfida la narrazione dominante e riscrive le regole della scena.
“Abbiamo scelto Frankenstein – concludono i Duperdu – perché è il simbolo di ciò che è creato e poi rifiutato.
Ma anche di ciò che, nonostante il rifiuto, trova una strada per esistere. In quel mostro ci siamo riconosciuti tutti.
E insieme, da mostri e creature imperfette, siamo diventati una comunità scenica. Che ride, canta, racconta e resiste.”
PER INFO STAMPA E ADESIONI:
Fabio Miceli – Ufficio Stampa Minima Theatralia
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immagine di copertina:
Ufficio Stampa Minima Theatralia





