Donne con disabilità: quando l’invisibilità diventa una forma di violenza

Dalla ricerca VERA ai ritardi nella diagnosi dell’autismo femminile, fino al progetto “Adulte!” di Fondazione Time2: l’intersezione tra genere e disabilità impone un cambio di paradigma nelle politiche di inclusione.

La violenza contro le donne con disabilità rappresenta uno dei fenomeni meno visibili e, proprio per questo, tra i più difficili da contrastare.

I dati disponibili delineano una realtà allarmante: secondo la ricerca VERA promossa da FISH nel 2020, il 65% delle donne con disabilità ha subito almeno una forma di violenza nel corso della propria vita e, nel 33% dei casi, le vittime non riconoscono nemmeno quanto vissuto come una violenza.

Si tratta di numeri che raccontano una vulnerabilità costruita socialmente, dove la discriminazione legata alla disabilità si intreccia con quella di genere, generando quella che gli studiosi definiscono discriminazione intersezionale.

Non si tratta della semplice somma di due condizioni di svantaggio, ma della nascita di nuove forme di esclusione che rendono più difficile l’accesso ai diritti, ai servizi e alla piena partecipazione sociale.

La violenza invisibile

Uno degli aspetti più inquietanti evidenziati dalla ricerca VERA riguarda il mancato riconoscimento della violenza da parte delle stesse donne che la subiscono.

Questo fenomeno trova spiegazione in diversi fattori.

Molte donne con disabilità crescono in contesti caratterizzati da una forte dipendenza da familiari, caregiver o operatori, con rapporti di potere che possono rendere difficile distinguere tra assistenza e controllo.

In altri casi, la scarsa educazione all’affettività, alla sessualità e ai propri diritti porta ad accettare come “normali” comportamenti che costituiscono invece abuso psicologico, economico o fisico.

Il dato secondo cui il 36% degli episodi di violenza avviene nei contesti di cura e il 21% all’interno della famiglia evidenzia come il rischio possa annidarsi proprio negli ambienti che dovrebbero garantire protezione.

Questa condizione rende ancora più complessa l’emersione delle situazioni di abuso, poiché denunciare significa spesso mettere in discussione relazioni dalle quali dipende la propria quotidianità.

L’invisibilità inizia dal riconoscimento

La difficoltà nel riconoscere le donne con disabilità non riguarda soltanto la violenza.

Il comunicato di Fondazione Time2 richiama un esempio significativo proveniente dalla ricerca scientifica sull’autismo.

Uno studio del Karolinska Institutet, pubblicato sul British Medical Journal e condotto su oltre 2,7 milioni di persone nate in Svezia tra il 1985 e il 2022, mostra come nell’infanzia il rapporto tra diagnosi di autismo nei maschi e nelle femmine sia di circa quattro a uno, mentre intorno ai vent’anni la differenza si riduce quasi completamente.

Il dato suggerisce che molte ragazze autistiche non vengano diagnosticate durante l’infanzia, ma solo in età più avanzata.

Secondo gli esperti, ciò dipende anche dal fatto che i criteri diagnostici sono stati sviluppati prevalentemente osservando il comportamento maschile.

Le bambine tendono spesso a mettere in atto strategie di adattamento sociale, il cosiddetto masking, che rendono meno evidenti le caratteristiche dello spettro autistico.

Anche in Italia permane un forte squilibrio: pur stimando un caso di autismo ogni 77 bambini tra i 7 e i 9 anni, le diagnosi interessano i maschi circa quattro volte più delle femmine.

Il ritardo diagnostico comporta conseguenze importanti sul piano educativo, sanitario e psicologico, limitando l’accesso precoce ai percorsi di supporto.

Disabilità e genere: politiche ancora separate

Nonostante i progressi normativi degli ultimi anni, le politiche dedicate alla disabilità e quelle dedicate alla parità di genere continuano spesso a procedere su binari distinti.

Da una parte esistono interventi rivolti alle persone con disabilità che raramente considerano le specificità dell’essere donna.

Dall’altra, le politiche di contrasto alla violenza di genere e di promozione delle pari opportunità non sempre risultano realmente accessibili alle donne con disabilità.

Questa separazione produce vuoti di tutela.

I centri antiviolenza non sono sempre privi di barriere architettoniche o comunicative.

I servizi territoriali possono non possedere competenze specifiche sulla disabilità.

Analogamente, molti servizi dedicati alla disabilità non affrontano temi fondamentali come affettività, sessualità, maternità o autodeterminazione.

Il risultato è che migliaia di donne restano escluse da entrambe le reti di protezione.

L’autonomia come prevenzione della violenza

In questo scenario assume particolare rilievo il progetto “Adulte! – Percorsi di affermazione e scelta per giovani donne con disabilità”, con cui Fondazione Time2 si è aggiudicata il Bando ACT 2026 di Fondazione Unipolis.

L’iniziativa, che prenderà avvio a settembre 2026 presso lo spazio Open di Torino e proseguirà fino al giugno 2028, propone un approccio innovativo.

L’obiettivo non è esclusivamente fornire assistenza, ma rafforzare la capacità delle giovani donne di costruire autonomamente il proprio progetto di vita.

Le sette azioni previste comprendono percorsi personalizzati, inserimenti lavorativi, sostegno psicologico, counselling, gruppi di parola dedicati alle relazioni e alla sessualità, laboratori tra pari e una campagna di advocacy sulla vita indipendente.

Complessivamente saranno coinvolte 82 beneficiarie dirette e circa 300 persone tra familiari, operatori, datori di lavoro e comunità locale.

Si tratta di un’impostazione coerente con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che individua nell’autodeterminazione e nella vita indipendente elementi fondamentali della piena cittadinanza.

Lavoro, autonomia economica e partecipazione

L’autonomia passa inevitabilmente anche attraverso il lavoro.

Secondo i dati richiamati nel comunicato, a Torino il tasso di occupazione delle persone con disabilità rimane inferiore al 30%, mentre tra i giovani tra i 15 e i 29 anni il fenomeno dei NEET interessa circa il 20%.

L’esclusione dal mercato del lavoro aumenta il rischio di dipendenza economica e relazionale, condizioni che possono favorire situazioni di abuso o rendere più difficile interrompere relazioni violente.

Per questo motivo i percorsi di inserimento lavorativo previsti dal progetto rappresentano molto più di un’opportunità professionale: costituiscono uno strumento di emancipazione e di esercizio concreto del diritto all’autonomia.

Un cambio di paradigma culturale

I dati raccontano una realtà che non può essere affrontata soltanto attraverso nuovi servizi.

È necessario un cambiamento culturale che riconosca pienamente le donne con disabilità come soggetti di diritti, capaci di autodeterminarsi, costruire relazioni, lavorare, scegliere e partecipare alla vita della comunità.

Superare l’invisibilità significa migliorare la raccolta dei dati, formare operatori sanitari e sociali, rendere accessibili i servizi antiviolenza, promuovere percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità e sviluppare politiche che integrino stabilmente la prospettiva di genere con quella della disabilità.

Progetti come “Adulte!” rappresentano un passo importante in questa direzione.

Tuttavia, perché possano produrre un cambiamento duraturo, occorre che le istituzioni assumano l’intersezionalità come criterio strutturale nella progettazione delle politiche pubbliche.

Solo riconoscendo la specificità delle esperienze vissute dalle donne con disabilità sarà possibile trasformare dati ancora oggi drammatici in un punto di partenza per costruire una società realmente inclusiva, capace di garantire libertà di scelta, sicurezza e piena cittadinanza a tutte le persone.