MILENA BETHAZ: LA MONTAGNA, IL FULMINE CHE L’HA COLPITA E LA SUA FORZA DI RINASCITA

Questa è la storia di Milena, una donna dalla tempra straordinaria che ha saputo trasformare il dolore in speranza e la montagna nella sua più grande rinascita.

Sin da bambina, la montagna è stata il mio rifugio, il luogo dove il tempo si fermava e tutto sembrava possibile.

Ogni sentiero che percorrevo con i miei genitori era una scoperta: il profumo dei pini, il fruscio del vento tra le foglie, il suono del torrente che scorreva a valle.

Mentre camminavo, il sole mi accarezzava il viso e il cielo immenso mi faceva sentire piccola ma parte di qualcosa di grandioso.

Ogni sasso, ogni ramo, ogni salita era un’avventura che alimentava il mio spirito.

La montagna non era solo un luogo: era una maestra, un’amica, una compagna di vita.

Quando decisi di iscrivermi a Scienze Naturali, quella passione infantile si trasformò in un impegno concreto.

Diventare guardaparco del Parco Nazionale del Gran Paradiso significava non solo lavorare in mezzo alla natura, ma proteggerla, comprenderla, restituire qualcosa a quei luoghi che mi avevano cresciuta”.

Milena mentre è al lavoro tra le sue amate montagne

Ogni giorno in servizio era un regalo.

Sentivo la fatica delle lunghe camminate sulle gambe, l’aria fresca che riempiva i polmoni e l’adrenalina di avvistare un camoscio o un’aquila che sorvolava il cielo limpido.

Mi sentivo in armonia con il mondo.

La vittoria nella mezza maratona da Zermatt a Cervinia, che mi aveva consacrata campionessa mondiale di corsa in montagna, fu la conferma di tutto ciò che la montagna mi aveva insegnato: resistenza, forza e fiducia.

Mi sembrava che nulla potesse fermarmi.

Era il 17 agosto del 2000 quando un evento del tutto inaspettato ha cambiato per sempre la mia vita.

Quel giorno, il cielo si oscurò all’improvviso.

Ero in servizio con Luigi, collega esperto che mi stava insegnando il mestiere.

Il fulmine mi colpì come un giudizio, annientando il momento e lasciando un vuoto profondo”.

Quando mi risvegliai dal coma, nulla era più come prima.

La mia memoria era frammentata; pezzi della mia vita erano stati spazzati via come foglie al vento.

Mi sentivo una straniera nel mio stesso corpo, confusa e smarrita.

Ogni movimento era una lotta.

Ricominciare a camminare, parlare, perfino pensare, richiedeva uno sforzo immenso.

Le giornate erano scandite da esercizi estenuanti, piccoli passi che sembravano insormontabili.

Eppure, dentro di me, c’era una fiamma che non si spegneva.

Ogni progresso, per quanto minuscolo, era una vittoria.

La grinta che mi aveva spinta a correre sui sentieri della montagna ora mi spingeva a risalire la china della mia stessa esistenza”.

Il giorno in cui tornai finalmente sui sentieri del Gran Paradiso fu come un tuffo nel passato.

Il cuore mi batteva forte mentre muovevo i primi passi.

L’aria fresca aveva un sapore più intenso, come se la stessi assaporando per la prima volta.

I rumori della natura – il canto degli uccelli, il fruscio delle foglie – mi sembravano un’ovazione silenziosa.

Ogni metro percorso era un passo verso me stessa.

La gioia di essere di nuovo lì si mescolava al dolore di quanto mi era successo, ma sentivo che, passo dopo passo, stavo ricostruendo ciò che avevo perduto”.

“Ogni sasso, ogni radice che superavo mi parlava.

Mi ricordava le volte in cui ero caduta e mi ero rialzata, non solo lungo quei sentieri, ma anche nella vita.

Era come se la montagna mi stesse accogliendo di nuovo, come un’amica che non mi aveva mai abbandonata”.

La scalata al Gran Paradiso fu la sfida definitiva, il simbolo della mia rinascita.

Durante la salita, sentivo il vento tagliente sulla pelle, il respiro affannoso che mi faceva bruciare i polmoni.

Ogni passo era un combattimento tra il mio corpo, ancora segnato dalle ferite, e la mia determinazione.

Caddi più volte, ma ogni volta mi rialzavo, pensando a mio padre.

Ricordavo le sue mani grandi e sicure che mi sollevavano da bambina quando inciampavo.

Ora ero sola, ma sentivo la sua presenza accanto a me”.

“Quando raggiunsi la statua della Madonna, la baciai con immensa gratitudine.

Il cuore mi si riempì di gratitudine. Le lacrime mi scendevano sul viso mentre recitavo una preghiera per lui, per me e per tutto ciò che avevo vissuto.

Era come se, in quel momento, ogni dolore, ogni sforzo, ogni caduta avesse trovato un senso.

Scrivere “Un cuore in vetta” è stato il modo di condividere tutto questo.

Una maniera per dire a chi sta affrontando la propria “tempesta interiore“ che non bisogna arrendersi mai.

La mia montagna mi ha insegnato che, dopo ogni salita, c’è una vetta da conquistare”.