Musei accessibili, la vera sfida è rendere la cultura comprensibile a tutti

Non basta eliminare le barriere architettoniche per parlare davvero di inclusione culturale.

Nei musei italiani il problema più grande oggi riguarda l’accessibilità dei contenuti, del linguaggio e dell’esperienza di visita.

Per milioni di persone con disabilità sensoriali, cognitive o comunicative, ma anche per anziani, bambini e turisti stranieri, entrare in un museo significa ancora trovarsi davanti a informazioni difficili da comprendere, percorsi poco fruibili e strumenti pensati per un visitatore “standard” che spesso non esiste nella realtà.

Negli ultimi anni il sistema museale italiano ha compiuto passi avanti importanti sul fronte delle barriere fisiche.

Secondo i dati Istat, oltre la metà dei musei dispone oggi di rampe, ascensori e servizi accessibili.

Ma il quadro cambia drasticamente quando si parla di accessibilità sensoriale e cognitiva: meno del 20% delle strutture offre percorsi progettati per persone con disabilità uditive, visive, cognitive o nello spettro autistico.

Il risultato è che una parte consistente della popolazione continua a essere esclusa dai luoghi della cultura.

In Italia vivono oltre 3,1 milioni di persone con disabilità, a cui si aggiungono più di 600 mila persone nello spettro autistico e circa 270 mila studenti con disturbi specifici dell’apprendimento.

Eppure solo il 9,3% di queste persone frequenta cinema, teatri o musei, contro il 30,8% del resto della popolazione.

Le difficoltà emergono già all’ingresso di un percorso museale.

Una persona sorda davanti a un video privo di sottotitoli o interpretariato in LIS riceve solo immagini mute.

Una persona cieca che visita una sala senza audiodescrizioni si trova esclusa da gran parte del contenuto espositivo.

Chi ha una disabilità cognitiva o un disturbo dell’apprendimento, invece, può trovarsi davanti a pannelli ricchi di termini specialistici e costruiti con linguaggi poco accessibili.

In questi casi la barriera non è fisica: è comunicativa.

Il tema assume ancora più rilevanza alla luce dei 300 milioni di euro previsti dal PNRR per la linea “Turismo e Cultura 4.0”, destinati proprio alla rimozione delle barriere fisiche e cognitive nei luoghi della cultura.

Gli interventi dovranno essere completati entro giugno 2026 per rispettare gli impegni europei, ma il rischio è che l’attention resti concentrata soprattutto sulle infrastrutture, trascurando la qualità dell’esperienza culturale.

È proprio su questo terreno che si stanno sviluppando nuove soluzioni tecnologiche basate sull’intelligenza artificiale.

Tra queste c’è amuseapp, piattaforma italiana nata con l’obiettivo di introdurre nei musei il concetto di “accessibilità universale”, superando la logica degli interventi separati per singole disabilità.

“Nel mondo culturale c’è ancora la convinzione che l’accessibilità sia una somma di interventi dedicati a singole disabilità, ma è un modo di pensare che anziché includere esclude”, spiega Marco Da Rin Zanco, co-founder e CEO di amuseapp.

“L’accessibilità universale parte invece dall’idea di progettare esperienze fruibili da chiunque, anche grazie all’aiuto della tecnologia”.

L’obiettivo è rendere l’esperienza museale adattabile alle esigenze di pubblici diversi.

Questo significa, ad esempio, offrire contenuti semplificati per persone con disabilità cognitive o DSA, percorsi con stimoli ridotti per visitatori nello spettro autistico, strumenti di supporto alla concentrazione e alla memorizzazione, ma anche video in LIS, Lingua dei Segni Italiana, sottotitoli, audiodescrizioni e alternative tattili per le persone con disabilità sensoriali.

Uno degli esempi più recenti arriva dal Castello del Buonconsiglio di Trento, che ha sviluppato insieme ad amuseapp e ad altri enti territoriali la Buonconsiglio APP, pensata per adattare la visita a pubblici differenti.

L’app propone quattro itinerari distinti: uno standard, uno dedicato alle famiglie con contenuti in realtà aumentata, uno in LIS sottotitolata realizzato con interpreti e un docente di storia dell’arte con disabilità uditiva, e uno con audiodescrizioni per persone cieche e ipovedenti.

Anche dettagli apparentemente secondari, come la scelta di uno sfondo scuro, sono stati definiti attraverso focus group con visitatori ipovedenti.

L’accessibilità passa anche dall’orientamento autonomo negli spazi.

Sensori Bluetooth Low Energy distribuiti nelle sale possono guidare i visitatori con disabilità visiva tramite indicazioni vocali, segnalazioni aptiche e sistemi di assistenza attivabili con un semplice tocco.

Strumenti che trasformano il museo in un ambiente più leggibile e meno dipendente dall’accompagnamento costante di altre persone.

Un altro elemento centrale riguarda l’uso dei dati.

Monitorare quanti visitatori utilizzano contenuti semplificati, audiodescrizioni o video in LIS permette infatti di capire se gli strumenti inclusivi funzionano davvero.

Le stesse informazioni possono aiutare a individuare giorni e orari meno affollati, offrendo alle persone nello spettro autistico la possibilità di pianificare visite in ambienti più tranquilli e meno sovrastimolanti.

Fondata nel 2024 come spin-off dell’agenzia veneta Larin, amuseapp sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale per musei, mostre e luoghi di culto.

La piattaforma è già utilizzata da circa 100 istituzioni culturali italiane e ha raggiunto oltre 500 mila utenti, con contenuti disponibili in 47 lingue.

Nel 2025 la startup ha chiuso un round pre-seed da 350 mila euro ed è stata selezionata dal CultTech Accelerator come unica startup italiana del programma.

La sfida dell’accessibilità culturale, dunque, non riguarda soltanto l’eliminazione degli ostacoli fisici.

Significa ripensare il modo stesso in cui la cultura viene raccontata e condivisa.

Perché un museo realmente inclusivo non è quello in cui tutti possono entrare, ma quello in cui tutti possono comprendere, partecipare e sentirsi parte dell’esperienza.