Case di comunità, il PNRR costruisce i muri ma mancano medici e infermieri

L’inchiesta di Famiglia Cristiana fotografa una rete incompleta: circa 800 strutture realizzate, ma solo una settantina garantiscono tutti i servizi previsti.

Il nodo resta la carenza di personale sanitario.

L’Italia ha investito miliardi di euro del PNRR -Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – per rafforzare la sanità territoriale, puntando sulle Case di comunità come nuovo modello di assistenza di prossimità.

L’obiettivo era avvicinare i servizi ai cittadini, alleggerire la pressione sugli ospedali e garantire una presa in carico più efficace delle persone, soprattutto anziani, cronici e fragili.

Tuttavia, a fronte di un importante avanzamento nella realizzazione delle strutture, emerge con sempre maggiore evidenza un problema che rischia di comprometterne l’efficacia: la mancanza di personale sanitario.

È questo il quadro delineato dall’inchiesta pubblicata da Famiglia Cristiana, che analizza lo stato di attuazione delle Case di comunità finanziate dal PNRR.

Secondo i dati riportati, sono circa 800 le strutture realizzate, un risultato significativo rispetto all’obiettivo di 1.038 previsto entro il 30 giugno 2026.

Ma il dato più allarmante riguarda il loro funzionamento: soltanto una settantina garantirebbe l’insieme dei servizi previsti dal modello organizzativo, mentre la maggior parte opera in modo parziale o risulta ancora largamente incompleta.

Le strutture pienamente operative sono inoltre concentrate prevalentemente nelle regioni del Nord, accentuando il divario territoriale già esistente nell’accesso ai servizi sanitari.

Ad aprire la riflessione è don Virginio Colmegna, presidente dell’associazione Prima la comunità, che richiama la necessità di una profonda trasformazione culturale del sistema sanitario.

Secondo Colmegna, la salute non coincide esclusivamente con l’assistenza medica, ma dipende anche dalle condizioni sociali, economiche e relazionali delle persone.

La Casa di comunità dovrebbe quindi rappresentare uno spazio in cui medici, infermieri, servizi sociali, scuole, volontariato e associazioni collaborano in modo integrato, offrendo risposte coordinate ai bisogni della popolazione.

Questa visione, però, si scontra con una realtà molto diversa.

Mario Braga, vicepresidente di Medici nel Mondo Italia, evidenzia come le criticità fossero ampiamente prevedibili già nella fase di progettazione del PNRR.

I fondi europei, infatti, sono destinati esclusivamente alla realizzazione degli edifici, all’acquisto di tecnologie e all’ammodernamento delle infrastrutture, ma non possono essere utilizzati per assumere nuovo personale.

Il risultato è che molte Case di comunità dispongono di locali moderni e attrezzature innovative, senza però avere un numero sufficiente di professionisti in grado di garantire i servizi.

Il problema riguarda innanzitutto i medici.

Pina Onotri, segretaria generale dello SMI (Sindacato Medici Italiani), descrive un’organizzazione ancora poco definita, nella quale convivono figure professionali con ruoli differenti: i nuovi medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale privi di uno studio territoriale, gli ex medici della continuità assistenziale impiegati nei turni diurni e i medici di medicina generale chiamati a svolgere fino a sei ore settimanali di attività nelle Case di comunità.

Una configurazione che, secondo il sindacato, rischia di creare sovrapposizioni organizzative senza risolvere il problema della reale disponibilità di professionisti.

Non meno grave è la situazione degli infermieri.

Le stime richiamate dall’inchiesta parlano di una carenza nazionale di circa 60.000 infermieri, dei quali almeno 10.000 sarebbero necessari proprio per rendere pienamente operative le Case di comunità.

Si tratta di una mancanza che limita la possibilità di garantire assistenza continuativa, presa in carico dei pazienti cronici, attività domiciliari, prevenzione e monitoraggio, tutte funzioni centrali nella riforma dell’assistenza territoriale.

Le conseguenze sono visibili quotidianamente.

Le liste d’attesa per visite ed esami continuano a rappresentare uno dei principali problemi del Servizio sanitario nazionale, mentre i pronto soccorso restano sovraffollati anche per prestazioni che potrebbero essere gestite a livello territoriale.

Senza un’effettiva rete di prossimità, infatti, il ricorso all’ospedale continua a essere spesso l’unica risposta disponibile per molti cittadini.

L’inchiesta evidenzia anche alcune esperienze che dimostrano come il modello possa funzionare quando viene adeguatamente sostenuto.

A Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, una delle poche Case di comunità ad aver raggiunto gli standard previsti dal PNRR opera già da tre anni con un’équipe multidisciplinare composta da assistenti sociali, specialisti, psicologi e consultorio.

Tra i servizi più recenti figura anche un “Cold Spot”, spazio climatizzato con assistenza medica e infermieristica destinato alle persone colpite dalle ondate di calore, fenomeno sempre più frequente a causa dei cambiamenti climatici.

Anche a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, la Casa di comunità rappresenta un esempio positivo.

Come sottolinea Carmela Fiore, direttrice del Distretto sociosanitario di Manfredonia, la struttura è diventata un punto di riferimento per il territorio, registrando oltre cento accessi quotidiani e offrendo una gamma crescente di servizi ai cittadini, che stanno progressivamente imparando a conoscere le opportunità offerte dall’assistenza territoriale.

Queste esperienze dimostrano che il modello delle Case di comunità può realmente contribuire a rafforzare il Servizio sanitario nazionale, migliorando l’integrazione tra sanità e servizi sociali e favorendo una presa in carico più vicina ai bisogni delle persone.

Tuttavia, senza un piano straordinario di assunzioni e senza investimenti strutturali sul capitale umano, il rischio è che molte di queste strutture rimangano semplici contenitori, incapaci di esprimere il potenziale per cui sono state progettate.

La sfida dei prossimi anni non sarà quindi soltanto completare gli edifici previsti dal PNRR, ma garantire le risorse professionali necessarie per trasformare le Case di comunità in un presidio realmente operativo, capace di ridurre le disuguaglianze territoriali, alleggerire gli ospedali e assicurare un’assistenza continuativa, multidisciplinare e di prossimità.

Solo così la riforma della sanità territoriale potrà tradursi in un beneficio concreto per cittadini e pazienti.

immagine di copertina; Ufficio Comunicazione | Gruppo Editoriale San Paolo