Il prossimo 3 ottobre, nel Parco di Villa Baglioni a Massanzago, in provincia di Padova, si scriverà una pagina importante per la Paraboxe italiana: per la prima volta in Italia si incontreranno sul ring due atleti disabili standing, Giuseppe Mondello e Filippo Pinto.
Non sarà soltanto una riunione pugilistica, ma un momento di sport, confronto e autodeterminazione, costruito intorno alla possibilità concreta per due atleti di mettersi alla prova sullo stesso terreno degli altri pugili: quello del ring.
La suggestiva cornice di Villa Ca’ Baglioni, descritta da Carlo Goldoni come una vera e propria delizia della campagna di Massanzago, si trasformerà per una sera in un’arena della boxe.
All’interno del parco è prevista una riunione pugilistica, con il pubblico a pochi metri dal ring, immerso nell’atmosfera e nelle emozioni di una serata di pugilato.
Al centro dell’evento ci saranno Giuseppe Mondello e Filippo Pinto.
Due storie differenti, accomunate dalla scelta di praticare uno sport che richiede disciplina, preparazione, concentrazione e capacità di affrontare i propri limiti senza lasciare che siano questi a definire una persona.
La Special Boxe, infatti, non è soltanto attività fisica.

È un contesto nel quale gli atleti possono incontrarsi, confrontarsi, socializzare e sperimentare una dimensione di competizione realmente “alla pari”.
Lo sport diventa così uno strumento di crescita personale, capace di rafforzare l’autostima e di permettere alle persone con disabilità di riconoscersi prima di tutto come atleti e come persone.
Il messaggio che accompagna l’incontro del 3 ottobre è netto: “non posso farlo” può trasformarsi in “posso provarci”.

La paura può lasciare spazio alla determinazione e quella che viene percepita come una debolezza può diventare parte di una nuova consapevolezza di sé.
Giuseppe Mondello: dalla passione per la boxe al primo match
Giuseppe ha 19 anni, vive a Pistoia ed ha una grande passione: la boxe.
Si allena da tempo con Simone Vannuzzi alla palestra ASD Dinamika di Firenze.
È nato con la Sindrome di Poland, una rara condizione congenita caratterizzata da malformazioni dello scheletro toracico e/o degli arti superiori e frequentemente associata all’assenza parziale o totale del muscolo pettorale maggiore su un lato del corpo.
La sua storia personale è segnata anche dalla perdita della madre, avvenuta quando aveva 14 anni.
Giuseppe e la sorella si sono trasferiti da Messina a Pistoia dallo zio, dove il giovane ha continuato gli studi e ha iniziato il proprio percorso in palestra.
L’incontro del 3 ottobre rappresenta per lui il risultato di un percorso iniziato anche grazie al primo stage italiano di Paraboxe organizzato dalla Federazione Pugilato Italiana presso la Dinamika Special Boxe di Firenze.
È proprio in quell’occasione che ha conosciuto il suo attuale allenatore, Simone Vannuzzi.
«Il 3 ottobre arriverà finalmente il momento che ho desiderato per tanto tempo», racconta Giuseppe, che a breve inizierà anche l’università di Economia Aziendale a Firenze.
La preparazione, però, continuerà senza sosta: «Non so ancora come andrà il match, ma so con certezza che salirò sul ring dando tutto me stesso».
Filippo Pinto: tecnica, protesi e determinazione
Dall’altra parte del ring ci sarà Filippo Pinto, 26 anni, ingegnere veneto, allenato da Nicola Masiero alla Phoenix Boxe ASD di Padova.
Filippo è nato con agenesia, ma ha scelto di non permettere alla propria condizione di stabilire in anticipo ciò che può o non può fare.
Anche il suo percorso nella Paraboxe è passato dallo stage organizzato a Firenze il 24 e 25 gennaio, un’occasione per allenarsi e confrontarsi con altri atleti e per contribuire a portare sotto i riflettori le potenzialità di questa disciplina.
Il suo cammino è stato inoltre accompagnato da Together We Ride, che oggi lo affianca con un ausilio protesico ad alte prestazioni, progettato su misura per la boxe e continuamente adattato sulla base delle sue sensazioni, delle esigenze tecniche e dei progressi raggiunti sul ring.
La protesi non rappresenta quindi un elemento estraneo al percorso sportivo, ma uno strumento che viene sviluppato insieme all’atleta e progressivamente migliorato per rispondere alle esigenze della pratica pugilistica.
Lo sport come possibilità, non come eccezione
Prima di ogni incontro c’è la preparazione.
Nella boxe significa concentrazione, silenzio, controllo del corpo, precisione, equilibrio e potenza.
È nello spogliatoio, prima ancora di salire sul ring, che inizia quella connessione tra mente e corpo indispensabile per affrontare la sfida.
Il valore dell’appuntamento di Massanzago sta proprio nella sua normalità sportiva.
Giuseppe e Filippo non salgono sul ring per essere compatiti né per rappresentare una presunta “eccezione”.
Salgono sul ring perché sono atleti e perché hanno scelto di misurarsi attraverso una disciplina che richiede impegno e responsabilità.
Il loro incontro può contribuire a rendere più visibile una realtà ancora poco conosciuta: quella delle persone con disabilità che praticano sport agonistico, si allenano, competono e costruiscono il proprio percorso atletico attraverso obiettivi concreti.
Sarà un’occasione importante: due atleti, due percorsi personali e sportivi e un ring sul quale trasformare anni di allenamento in una prova concreta.
A Massanzago, Giuseppe e Filippo saliranno sul ring per contendersi un incontro.
Ma, indipendentemente dal risultato, quella sera avranno già contribuito a dimostrare che il pugilato può essere uno spazio di confronto aperto, accessibile e in grado di riconoscere il valore sportivo di ogni atleta.
E sarà proprio questo, prima ancora del verdetto, il significato più importante di quella serata: scrivere insieme una nuova pagina dello sport italiano.
Immagini: Ufficio Stampa Cristina Vannuzzi





