Tumore ovarico, al Senato la richiesta di un fondo nazionale per garantire l’accesso alle terapie mirate

Le associazioni chiedono un finanziamento transitorio da 550 mila euro per il test FRα/FOLR1, in attesa dell’inserimento nei LEA.

Anticiparne l’esecuzione alla diagnosi potrebbe ridurre di oltre il 45% il tempo di lavoro necessario per completarlo.

Una terapia innovativa può essere disponibile, ma non essere accessibile a tutte le pazienti che potrebbero beneficiarne.

Nel tumore ovarico platino-resistente, una delle forme più difficili da trattare, tra gli ostacoli c’è anche la possibilità di effettuare tempestivamente l’esame necessario a individuare le donne eleggibili alle nuove terapie mirate.

È da questo problema che parte la richiesta presentata al Senato da ACTO Italia, LOTO, ALTo e All.Can Italia: istituire un fondo nazionale transitorio da 550 mila euro per finanziare il test FRα/FOLR1, in attesa del suo inserimento nei Livelli essenziali di assistenza (LEA).

L’obiettivo è garantire pari opportunità di accesso e rendere disponibile il risultato quando occorre scegliere il trattamento più appropriato.

Una malattia spesso diagnosticata in fase avanzata

In Italia si registrano ogni anno oltre 5.400 nuove diagnosi di tumore ovarico.

Nel 75-80% dei casi la malattia viene individuata in fase avanzata, il rischio di recidiva è elevato e la sopravvivenza a cinque anni si attesta intorno al 43%.

Il carcinoma ovarico platino-resistente rappresenta una condizione particolarmente complessa: la malattia progredisce nonostante le terapie a base di platino e le decisioni cliniche devono essere prese in tempi rapidi.

In questo contesto, l’oncologia di precisione offre nuove opportunità.

Il test FRα/FOLR1 consente di verificare la presenza del recettore alfa del folato, un biomarcatore utilizzato per identificare le pazienti potenzialmente eleggibili a specifiche terapie mirate.

Tuttavia, nonostante il farmaco sia approvato e rimborsato, l’esame non è ancora incluso nei LEA e manca un meccanismo nazionale uniforme per finanziarlo.

La conseguenza è una disparità nell’accesso tra Regioni e centri oncologici, con il rischio che le possibilità di cura siano condizionate anche dal territorio di residenza.

Un fondo transitorio in attesa dell’inserimento nei LEA

Il position paper presentato al Senato da ACTO Italia, LOTO, ALTo e All.Can Italia individua due priorità: garantire la copertura economica dell’esame e standardizzarne l’esecuzione lungo il percorso diagnostico.

La soluzione strutturale proposta è l’inserimento nei LEA, così da assicurarne la disponibilità gratuita e uniforme su tutto il territorio nazionale.

In attesa di questo passaggio, le associazioni chiedono un fondo transitorio da 550 mila euro che permetta alle strutture sanitarie di sostenerne i costi.

«Il nostro obiettivo è garantire che nessuna donna perda un’opportunità di cura perché il test necessario non viene eseguito tempestivamente o non è disponibile», sottolineano Sandra Balboni, presidente di LOTO, Ilaria Bellet, presidente di ACTO Italia, e Maria Teresa Cafasso, presidente di ALTo.

Anticipare l’esame per ridurre tempi e costi

La seconda proposta riguarda l’organizzazione del percorso diagnostico: effettuare l’esame già al momento della diagnosi, anziché attendere la fase in cui potrebbe rendersi necessario valutare una specifica terapia.

L’obiettivo non è anticipare il trattamento, ma avere già a disposizione le informazioni necessarie quando si presenta la necessità di scegliere la cura.

Questo approccio potrebbe ridurre i tempi di attesa e semplificare il lavoro delle strutture sanitarie.

Le prime valutazioni di uno studio ALTEMS Advisory, spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, indicano possibili benefici economici e organizzativi.

Secondo i dati preliminari presentati, anticipare l’esecuzione consentirebbe di ridurre di oltre il 45% il tempo complessivamente dedicato dal personale al percorso di testing, con un potenziale contenimento dei costi annuali.

L’appello alle istituzioni

Il tema è stato al centro della conferenza stampa “Tumore ovarico platino-resistente: il tempo della diagnosi è tempo di cura”, svoltasi al Senato su iniziativa della senatrice Elena Murelli, con la partecipazione di rappresentanti istituzionali, clinici e associazioni di pazienti.

«L’oncologia di precisione sta cambiando profondamente il trattamento dei tumori», ha sottolineato Murelli, richiamando la necessità di accompagnare l’innovazione terapeutica con quella diagnostica.

Una pianificazione più tempestiva può favorire decisioni cliniche appropriate e un utilizzo più efficiente delle risorse pubbliche.

Anche l’onorevole Simona Loizzo ha ribadito la necessità di una soluzione nazionale capace di superare le disparità territoriali, sottolineando che una cura innovativa non può tradursi in un’opportunità soltanto teorica se mancano le condizioni per accedervi.

Al confronto hanno partecipato, tra gli altri, Francesco Saverio Mennini, capo del Dipartimento della programmazione del Ministero della Salute, l’onorevole Ilenia Malavasi, la ginecologa oncologa Anna Fagotti e il patologo Gian Franco Zannoni, insieme agli esponenti delle associazioni e della comunità clinica.

La richiesta avanzata al Senato riguarda la capacità del sistema sanitario di trasformare l’innovazione scientifica in un’opportunità concreta per tutte le pazienti.

L’obiettivo è garantire percorsi diagnostici tempestivi e sostenibili, superando le differenze territoriali e assicurando pari opportunità di accesso alle cure.

Immagine di copertina: Ufficio Stampa Diessecom