Una visita ginecologica può trasformarsi in un percorso a ostacoli: lettini non accessibili, attrezzature inadeguate, personale non sempre preparato.
A Borgomanero un convegno accende i riflettori sulle discriminazioni sanitarie che colpiscono le donne con disabilità.
«Vorrei fare una visita ginecologica, ma come faccio a salire sul lettino?».
È una domanda semplice, ma racconta un problema che per molte donne con disabilità è tutt’altro che marginale.
L’appuntamento viene fissato, la struttura sanitaria individuata, la visita programmata.
Poi, una volta arrivata in ambulatorio, emerge l’ostacolo: il lettino ginecologico è troppo alto, non ci sono ausili per facilitare il trasferimento dalla carrozzina, gli spazi non sono adeguati.
E quella che dovrebbe essere una normale prestazione sanitaria diventa una prova complessa, talvolta umiliante, che può persino portare a rinunciare alla visita.
Non è soltanto una questione di accessibilità architettonica.
È il segno di una sanità che non sempre considera le esigenze delle donne con disabilità, lasciando che siano loro stesse a trovare soluzioni, chiedere aiuto e adattarsi a servizi che dovrebbero essere progettati per tutte.
La prevenzione ginecologica, gli screening e la tutela della salute sessuale e riproduttiva non possono diventare diritti condizionati dalla possibilità di salire su un lettino o dalla disponibilità di personale in grado di assistere la paziente.
Una donna con disabilità ha lo stesso diritto di tutte le altre a ricevere cure appropriate, in condizioni di sicurezza, rispetto e dignità.
È proprio da questo divario tra diritto alla salute e possibilità concreta di esercitarlo che nasce il confronto «Donne, disabilità e salute.
Il diritto alla cura: dall’invisibilità a percorsi ginecologici accessibili e inclusivi», in programma venerdì 27 novembre 2026, alle ore 20.30, al Teatro Rosmini di Borgomanero.
BARRIERE SANITARIE: QUANDO IL DIRITTO ALLA CURA RESTA SULLA CARTA
Le difficoltà non si esauriscono nell’assenza di rampe o ascensori.
Il problema riguarda anche il modo in cui i servizi sanitari sono progettati, organizzati ed erogati.
Un ambulatorio può essere formalmente accessibile, ma non esserlo réellement se manca un lettino ginecologico regolabile, se non sono disponibili ausili per il trasferimento o se gli spazi non consentono di effettuare una visita in condizioni adeguate.
Esistono poi barriere organizzative meno visibili, ma altrettanto penalizzanti: tempi di visita insufficienti, assenza di percorsi dedicati, difficoltà nel coordinamento tra specialisti e servizi territoriali.
La paziente può trovarsi costretta a spiegare più volte le proprie necessità, senza sapere in anticipo se la struttura sarà in grado di accoglierla.
A queste criticità si aggiungono le barriere culturali.
La disabilità continua a essere accompagnata da stereotipi che riguardano la sessualità, la vita affettiva e la maternità.
In alcuni casi, le esigenze ginecologiche rischiano di essere considerate secondarie, come se la prevenzione e la salute riproduttiva avessero un’importanza minore.
Il risultato è un accesso alle cure che non sempre garantisce pari opportunità.
DALL’INVISIBILITÀ ALLA CONSAPEVOLEZZA
Per questo l’inclusione sanitaria non può limitarsi all’abbattimento delle barriere fisiche: richiede personale formato, ascolto, tempi adeguati e percorsi personalizzati.
Come evidenziato da Anna Gioria, giornalista e promotrice dell’iniziativa insieme a Michela Righi, presidente del Soroptimist Club Alto Novarese, le donne con disabilità vivono spesso una doppia discriminazione.
Alla discriminazione legata alla disabilità si aggiunge quella di genere.
Le donne con disabilità sono percepite esclusivamente attraverso la loro condizione, vedendo oscurate le altre dimensioni della propria identità: quella di madri, partner e professioniste. Una mancata riconoscibilità che può tradursi anche in una minore attenzione ai loro bisogni di salute, in particolare nell’ambito ginecologico e riproduttivo.
Il tema è al centro anche del lavoro della UILDM – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.
Il Gruppo Donne ha realizzato un censimento sull’accessibilità degli ambulatori ginecologici italiani e promosso il progetto «Sessualità, maternità, disabilità», con l’obiettivo di far emergere gli ostacoli che limitano l’accesso alle informazioni, alla prevenzione, agli screening e ai percorsi legati alla genitorialità.
La presidente nazionale UILDM, Stefania Pedroni, sottolinea la necessità di servizi accessibili, percorsi personalizzati e professionisti adeguatamente preparati.
Non basta riconoscere il problema: occorre intervenire sull’organizzazione concreta dell’assistenza.
ESPERIENZE E MODELLI DI PRESA IN CARICO
Durante il convegno sarà presentata l’esperienza dell’ambulatorio Fior di Loto dei Consultori Familiari dell’ASL Città di Torino.
Cristina Biglia illustrerà un modello multidisciplinare che integra competenze psicologiche, sociali e sanitarie, attraverso una rete di collaborazione con i servizi territoriali, ospedalieri e il terzo settore, tra cui l’Associazione Verba.
Paola Castagna, dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, richiamerà invece l’importanza di superare gli stereotipi e di garantire tempi adeguati, personale formato e luoghi dedicati, anche sul piano dell’accoglienza e dell’approccio alla persona.
Sul versante locale, l’Ospedale di Borgomanero è impegnato, in collaborazione con le associazioni e con il Soroptimist, nella costruzione di percorsi ginecologici dedicati.
Alberto Arnulfo, direttore della Ginecologia dell’ASL Novara, evidenzia la necessità di superare le barriere fisiche e culturali per garantire risposte appropriate.
Nel mondo, ricorda, una donna su cinque convive con una disabilità.
Un contributo concreto arriva anche dall’Associazione Pronefropatici Fiorenzo Aliata, presieduta da Stefano Cusinato, che sostiene l’acquisizione di un lettino ginecologico dedicato alle donne con disabilità: uno strumento fondamentale per rendere le visite più accessibili e sicure.
Arabella Fontana, direttore medico del Presidio Ospedaliero di Borgomanero, presenterà inoltre il progetto «Umanizzazione della presa in carico della fragilità», attivo da dodici anni.
L’iniziativa prevede percorsi protetti per le persone con disabilità e una maggiore integrazione tra specialisti ospedalieri, territorio ed enti gestori.
La sfida è costruire percorsi clinico-assistenziali personalizzati.
IL DIRITTO ALLA CURA RICHIEDE RISPOSTE CONCRETE
L’iniziativa, promossa dal Soroptimist International d’Italia – Club Alto Novarese in collaborazione con il Comune di Borgomanero, l’Associazione Pronefropatici Fiorenzo Aliata, UILDM e ASL Novara, intende trasformare il confronto in un’occasione per individuare soluzioni operative.
A moderare l’incontro sarà Ruggiero Corcella, giornalista del Corriere della Sera – Corriere Salute.
Interverranno anche i rappresentanti delle istituzioni sanitarie e del territorio, tra cui Angelo Penna, direttore generale dell’ASL Novara, che richiama il valore della dignità e dell’autodeterminazione e la necessità di superare le barriere attraverso la collaborazione e l’impiego di attrezzature dedicate.
Il focus centrale resta uno: la salute ginecologica delle donne con disabilità non può essere considerata un’esigenza secondaria.
La prevenzione, la possibilità di accedere a una visita e la tutela della salute sessuale e riproduttiva sono diritti che devono poter essere esercitati senza ostacoli.
Una sanità realmente inclusiva non si misura soltanto dalla presenza di servizi, ma dalla capacità di renderli accessibili a tutte.
Perché una visita ginecologica non dovrebbe mai trasformarsi in una richiesta di aiuto, in una trattativa con la struttura o in una rinuncia.
Il diritto alla cura non può dipendere dalla fortuna di trovare un ambulatorio attrezzato: deve essere una garanzia per ogni donna.
Immagine di copertina: Ufficio Stampa Soroptimis





