ALZHEIMER E INVECCHIAMENTO: QUANDO IL TEMPO LASCIA SEGNI NEL DNA

C’è un punto preciso in cui la scienza incontra una delle paure più profonde della nostra società che invecchia: la perdita della memoria, dell’identità, dell’autonomia.
È lì che si colloca una nuova scoperta tutta italiana, pubblicata su The EMBO Journal, che individua nei telomeri danneggiati una delle cause della neurodegenerazione nell’Alzheimer.
La ricerca è stata coordinata da Fabrizio d’Adda di Fagagna (IFOM-ETS, Istituto AIRC di Oncologia Molecolare e Istituto di Genetica Molecolare del CNR), in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia e l’Università di Firenze.

Uno studio che non si limita a descrivere un fenomeno biologico, ma prova a ricucire il legame profondo tra invecchiamento e malattia, aprendo prospettive terapeutiche finora inesplorate.
In un Paese in cui l’età media cresce e le fragilità aumentano, comprendere cosa accade nel cervello che invecchia diventa una responsabilità collettiva, non solo scientifica, perché riguarda la qualità della vita, le relazioni e la tenuta sociale delle nostre comunità.

I TELOMERI, IL DNA E IL CERVELLO CHE CAMBIA

L’invecchiamento è il principale fattore di rischio per l’Alzheimer, la forma più diffusa di demenza, che colpisce oltre 55 milioni di persone nel mondo. Con il passare degli anni, il DNA accumula danni, in particolare nei telomeri, le regioni terminali dei cromosomi che proteggono il nostro patrimonio genetico.
Quando queste strutture si deteriorano, la cellula riceve segnali di stress che possono alterarne il funzionamento.

Lo studio coordinato da Fabrizio d’Adda di Fagagna mostra come questo processo non sia un semplice segno del tempo che passa, ma un meccanismo attivo che contribuisce alla degenerazione neuronale.
“L’invecchiamento è il principale fattore di rischio per molte malattie tra cui le neoplasie, le malattie cardiovascolari e quelle neurodegenerative.

Il nostro gruppo lavora da molti anni sul legame tra neoplasie e invecchiamento.

In questo caso abbiamo esteso le nostre ricerche alla malattia di Alzheimer che condivide con l’invecchiamento e le sue malattie l’accumulo di danno al DNA”.

QUANDO IL SEGNALE DI ALLARME NON SI SPEGNE

Nel cervello dei modelli murini di Alzheimer, i ricercatori hanno osservato che il danno ai telomeri attiva una risposta di allarme cellulare che, anziché essere temporanea e funzionale alla riparazione, diventa persistente.
Nei neuroni questo segnale non si spegne e finisce per compromettere progressivamente il loro equilibrio interno, accelerando i processi di degenerazione.

È un cambio di prospettiva rilevante: il danno al DNA non è solo una conseguenza dell’età o della malattia, ma uno dei motori che la alimentano. Come spiega d’Adda di Fagagna,

“Abbiamo dimostrato che il danno persistente ai telomeri (le regioni terminali dei cromosomi) non è solo un segno dell’età, ma un meccanismo causale della patologia neurodegenerativa dell’Alzheimer”. Una scoperta che contribuisce a spiegare perché l’invecchiamento rappresenti un terreno così fertile per l’insorgenza della demenza.

UNA NUOVA STRADA TERAPEUTICA POSSIBILE

La parte più promettente della ricerca riguarda la possibilità di intervenire su questo meccanismo biologico.
Agendo sulla risposta cellulare al danno telomerico, i ricercatori sono riusciti a migliorare la sopravvivenza dei neuroni e ad attenuare alcune alterazioni molecolari tipiche dell’Alzheimer.

Non si tratta ancora di una cura, ma di un cambio di paradigma nella comprensione della malattia: non solo contrastare i sintomi, ma provare a rallentare i processi che la alimentano fin dalle sue basi molecolari.
“Questa scoperta suggerisce che intervenire sul danno telomerico, il tallone d’Achille del nostro DNA, con approcci mirati potrebbe rappresentare una nuova strategia terapeutica per contrastare la progressione della malattia di Alzheimer”.

RICERCA, POLITICHE E SOCIETÀ CHE INVECCHIA

Questo studio si inserisce in un filone di ricerca che guarda all’invecchiamento come a una delle grandi sfide del nostro tempo.
Il suo valore non è solo scientifico, ma anche sociale e politico: tradurre la ricerca in strumenti utili per le politiche pubbliche significa riconoscere che l’Alzheimer non riguarda solo chi ne è colpito, ma l’intera comunità.

Famiglie, caregiver, servizi sanitari e sistemi di welfare sono chiamati ogni giorno a confrontarsi con una fragilità crescente.

Invecchiare bene, oggi, non è una questione privata: è una sfida collettiva che chiama in causa la scienza, le istituzioni e una società capace di guardare alla fragilità non come a un fallimento, ma come a un terreno su cui investire conoscenza, cura e futuro.

Fonte:

https://link.springer.com/article/10.1038/s44318-025-00521-1