Dalla diagnosi di osteosarcoma alla scrittura: un racconto personale che diventa testimonianza, condivisione e incontro nei reparti oncologici.
Le parole possono raccontare una ferita, attraversare la paura e, qualche volta, diventare uno strumento per guardare alla vita con occhi nuovi.
Tra queste ce n’è una che assume un significato particolare: “gratitudine”.
Una parola che, per Anthony Peth, sembra racchiudere il valore di ciò che è stato vissuto e il modo in cui oggi sceglie di guardare al presente.
Conduttore televisivo e regista, nato ad Alghero nel 1984, Anthony Peth ha costruito la propria carriera nel mondo della televisione, lavorando per Rai, Mediaset e La7 e affermandosi anche come “Ambasciatore del Gusto”.
La sua vita professionale ha incontrato una prova che ha cambiato profondamente la sua quotidianità: la diagnosi di osteosarcoma, un raro tumore osseo, lo ha portato a confrontarsi con la malattia, con il dolore e con le trasformazioni del proprio corpo.
In “Le parole che servono”, pubblicato da Armando Editore con la prefazione di Silvana Giacobini, quell’esperienza diventa un percorso attraverso cinquanta parole, scelte per raccontare emozioni, paure, relazioni e passaggi di una vicenda personale.
La scrittura diventa così uno spazio per dare un nome a ciò che è accaduto e per condividere con gli altri una parte di quel percorso.
Peth aveva già scelto di raccontare pubblicamente la propria esperienza attraverso un intenso monologo a “Le Iene”.
Oggi continua quel racconto incontrando pazienti, famiglie e professionisti nei reparti oncologici di diverse città italiane, nell’ambito del tour legato all’uscita del volume.
In questa intervista parliamo del significato delle parole durante la malattia, del rapporto con il proprio corpo, della paura di una diagnosi e del valore della testimonianza.
E partiamo proprio da quella parola, “gratitudine”, che sembra accompagnare il suo sguardo sulla vita dopo la malattia.
Nel libro “Le parole che servono” sceglie di raccontare un’esperienza profondamente personale come quella della malattia. Qual è stata la ragione più importante che lo ha spinto a condividere pubblicamente una parte così delicata della sua vita?
«La ragione più grande è stata il bisogno di dare un senso costruttivo al dolore, trasformando una ferita strettamente personale in uno strumento di condivisione e conforto per gli altri.
Per moltissimo tempo ho tenuto nascosto questo vissuto.
Davanti alle telecamere in Rai, Mediaset o La7 mostravo solo il mio sorriso, l’energia, il mio ruolo di “Ambasciatore del Gusto”.
Poi ho capito che quel silenzio rischiava di essere egoista.
Sfilarsi la maschera del conduttore sempre felice e mostrare la cicatrice dell’osteosarcoma mi ha permesso di lanciare un messaggio forte: il cancro può colpire il corpo, ma non deve cambiare la tua anima.
Ho scritto questo libro non per parlare di me, ma per dare voce a chi oggi sta vivendo lo stesso incubo e si sente terribilmente solo».
Affrontare una diagnosi di osteosarcoma significa confrontarsi non soltanto con la malattia, ma anche con la paura, l’incertezza e i cambiamenti del proprio corpo. Qual è stato, per lei, l’aspetto più difficile da attraversare e come ha trovato le parole per raccontarlo?
«L’aspetto in assoluto più devastante è stato il veder cambiare il mio corpo a soli 15 anni, in piena adolescenza.
Sono arrivato a pesare 35 chili, ho perso i capelli, ho subito 18 interventi chirurgici e ben 21 cicli di chemioterapia.
Guardarsi allo specchio e non riconoscersi più, sentire il dolore fisico delle ossa che cedono, convivere quotidianamente con il terrore di non farcela: questa è stata la parte più dura.
Trovare le parole per raccontarlo ha richiesto tempo, maturità e una profonda autoanalisi.
Ho dovuto scavare dentro quel ragazzino ad Alghero che guardava il soffitto della stanza d’ospedale.
Ho scelto parole semplici, nude, prive di filtri edulcorati, perché la sofferenza non ha bisogno di metafore, ha bisogno solo di essere accolta per quella che è».
Nel suo monologo a “Le Iene” ha scelto di rivolgersi anche a chi stava vivendo una diagnosi oncologica. Che cosa vorrebbe che una persona malata potesse trovare nelle sue parole, senza sentirsi obbligata a essere forte o a vivere la propria esperienza secondo un modello prestabilito?
«Vorrei che trovasse, prima di tutto, il diritto alla fragilità.
Rifiuto categoricamente la retorica tossica del “guerriero” che deve combattere a tutti i costi col sorriso sulle labbra.
Chi si ammala non è un soldato, è una persona che sta soffrendo.
Nel mio monologo a Le Iene volevo che passasse proprio questo: va bene avere paura, va bene piangere, va bene sentirsi crollare.
Non c’è un modo “giusto” o un modello prestabilito per essere malati.
Togliere questo peso dalle spalle dei pazienti è un atto di civiltà.
Vorrei che leggendo le mie parole pensassero: “Anthony ha avuto terrore, è caduto mille volte, eppure oggi è qui. Posso permettermi di essere fragile anche io”».
Il libro è costruito intorno a cinquanta parole che diventano una sorta di vocabolario esistenziale. “Gratitudine” sembra avere per lei un significato particolare: che cosa rappresenta oggi questa parola e come è cambiato il suo significato dopo l’esperienza della malattia?
«Prima della malattia, per me la gratitudine era legata ai traguardi lavorativi, al successo, alle piccole gioie quotidiane che diamo per scontate.
Oggi, dopo l’osteosarcoma, gratitudine significa celebrare il miracolo del presente.
Sono grato per ogni singolo respiro, per il fatto stesso di essere qui a parlare con te, per aver potuto riabbracciare i miei cari e per essere diventato l’uomo che sono.
La gratitudine è diventata il mio paio di occhiali fisso sul mondo: mi permette di non focalizzarmi su ciò che la malattia mi ha tolto, ma su tutto lo straordinario valore che la vita mi ha restituito e continua a regalarmi ogni giorno».
Con il tour nei reparti oncologici di diverse città italiane, la sua testimonianza passa dalle pagine del libro all’incontro diretto con pazienti e famiglie. Con quale stato d’animo entra in questi luoghi e che cosa spera di poter lasciare, attraverso la sua presenza e il suo racconto?
«Entro in quei reparti con un profondo senso di rispetto, in punta di piedi, ma con il cuore colmo di responsabilità.
L’odore degli ospedali e il rumore dei macchinari mi riportano indietro in un istante, riaprendo vecchie ferite, ma la forza che ricevo dai pazienti è immensa.
Quando guardo i bambini e i ragazzi nei letti d’ospedale, rivedo me stesso a 15 anni.
Quello che spero disperatamente di lasciare loro è una speranza concreta, tangibile.
Voglio essere la prova vivente che dalla malattia si può uscire, si può guarire e si può diventare grandi.
Non porto risposte preconfezionate, ma un abbraccio sincero e la promessa che, anche nel buio più fitto, c’è sempre una luce che ci aspetta.
La prima tappa sarà il 22 ottobre al Cardarelli di Napoli per proseguire poi con Milano e Torino».
Alla fine, “Le parole che servono” non è soltanto il racconto di ciò che è stato.
È una riflessione su ciò che resta quando la malattia attraversa una vita e la costringe a cambiare prospettiva.
Anthony Peth sceglie di non nascondere le cicatrici, ma di trasformarle in parole, incontri e presenza.
Ed è forse proprio nella “gratitudine” che si trova il filo conduttore della sua testimonianza: non la negazione del dolore, né l’obbligo di trasformare la sofferenza in una lezione positiva, ma la consapevolezza del valore del presente.
Dal racconto di un ragazzo che a 15 anni ha conosciuto la paura della malattia nasce oggi la voce di un adulto che entra negli ospedali per incontrare chi quella paura la sta vivendo.
Il suo messaggio non promette scorciatoie e non cancella l’incertezza.
Dice qualcosa di più essenziale: si può avere paura, si può essere fragili, si può cadere. E, nonostante tutto, può esistere un dopo.
È in quello spazio, tra la fragilità e la possibilità di ricominciare, che le parole di Anthony Peth trovano la loro forza.
Immagine di copertina: Ufficio Stampa Diessecom





