È ora di evolvere: le parole che difendono i diritti

La nuova campagna di CoorDown per la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down parte dal linguaggio per affrontare una questione più ampia: il diritto all’inclusione, alla dignità e alla piena partecipazione alla vita sociale.

Abbiamo smesso di lavare i panni con l’urina, di portare gli animali in tribunale e di vendere le mogli al mercato.

Pratiche appartenute ad altre epoche oggi ci sembrano assurde, incompatibili con il modo in cui intendiamo i diritti e la dignità delle persone.

Eppure alcune parole provenienti dallo stesso passato continuano a essere utilizzate per offendere, ridicolizzare e definire qualcuno come incapace.

È da questa contraddizione che parte CoorDown con la campagna “È ora di evolvere!”, promossa in occasione della Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down dell’11 ottobre.

Il messaggio è diretto: “La parola con la M appartiene al passato”.

Non è una questione di semplice correttezza linguistica.

Dietro una parola usata come insulto c’è un’idea precisa: quella secondo cui una condizione legata alla disabilità possa essere utilizzata per indicare qualcosa di negativo, inferiore, ridicolo.

È proprio questa associazione a rappresentare un problema per i diritti delle persone con sindrome di Down e, più in generale, delle persone con disabilità.

Il linguaggio, infatti, contribuisce a costruire il contesto sociale nel quale quei diritti vengono esercitati.

Se la disabilità viene continuamente evocata come sinonimo di incapacità, la discriminazione non rimane confinata alle parole.

Può alimentare stereotipi che incidono sul modo in cui le persone vengono percepite, trattate e coinvolte nella scuola, nel lavoro, nello sport, nelle relazioni e nella vita pubblica.

La campagna sceglie di raccontare questo meccanismo attraverso l’ironia.

Nel film, una cena tra amici procede normalmente fino a quando uno dei presenti, ridendo, utilizza la “parola con la M” per prendere in giro un commensale che non riesce ad aprire un barattolo.

La scena si interrompe e davanti alla telecamera compare Noah M. Matofsky, attore protagonista con sindrome di Down.

Il suo intervento ribalta la logica della scena.

Se in passato quella parola poteva essere pronunciata, spiega, allora dovremmo considerare accettabili anche altre abitudini appartenute ad altre epoche.

Seguono immagini di pratiche oggi abbandonate: il bucato lavato con l’urina, animali portati a processo, mogli vendute al mercato.

Il paradosso serve a mettere in discussione l’idea che la tradizione sia una giustificazione sufficiente.

Il fatto che una parola sia stata utilizzata per decenni non la rende automaticamente accettabile.

Una società evolve proprio quando riconosce che determinate pratiche, espressioni e comportamenti sono incompatibili con i valori che intende affermare.

E qui la campagna compie un passaggio fondamentale: non parlare più in un certo modo non è soltanto una scelta di buona educazione, ma può diventare una forma di tutela della dignità e dei diritti.

La questione assume un peso particolare se si considera la storia dell’inclusione delle persone con disabilità.

Per molto tempo la disabilità è stata raccontata soprattutto attraverso categorie di esclusione, assistenza e dipendenza.

L’affermazione dei diritti ha progressivamente spostato la prospettiva: le persone con disabilità non sono semplicemente destinatarie di protezione, ma cittadini titolari di diritti, con la possibilità di scegliere, partecipare, lavorare, studiare, costruire relazioni e decidere del proprio futuro.

Per questo una parola può essere rilevante.

Se una persona con sindrome di Down viene utilizzata come metafora di qualcosa di stupido o incapace, si rafforza un’immagine sociale che contraddice la realtà di persone che studiano, lavorano, praticano sport, hanno relazioni, partecipano alla vita delle comunità e rivendicano autonomia.

La discriminazione linguistica non è necessariamente la forma più evidente di esclusione, ma può contribuire a rendere quest’ultima più difficile da riconoscere.

Quando un insulto diventa abituale, il pregiudizio che contiene rischia di diventare invisibile.

Si ride, si minimizza, si risponde che “era solo una battuta”.

Ma è proprio la normalizzazione a rendere persistente lo stereotipo.

CoorDown invita quindi a interrompere questa catena.

A scuola, dove la “parola con la M” può diventare un insulto tra studenti; sul lavoro, dove può trasformarsi in una battuta tra colleghi; nello sport, dove viene talvolta utilizzata come sinonimo di incapacità; nelle conversazioni quotidiane e sui social network.

In ciascuno di questi contesti la scelta delle parole contribuisce a definire il livello di rispetto che una comunità è disposta a garantire.

Martina Fuga, presidente di CoorDown, lega esplicitamente questa battaglia linguistica alla difesa dell’inclusione.

«In Europa e nel mondo vediamo segnali di involuzione che minacciano le fondamenta dell’inclusione delle persone con sindrome di Down e con disabilità», afferma, citando tra gli elementi di preoccupazione il ritorno a classi e scuole separate, gli attacchi alle politiche di inclusione e l’uso della disabilità come caratteristica da ridicolizzare o strumento per offendere.

Il riferimento alle classi separate è particolarmente significativo.

L’inclusione scolastica non è soltanto una questione organizzativa: riguarda il diritto delle persone con disabilità a vivere e apprendere insieme agli altri, partecipando pienamente alla comunità.

Allo stesso modo, il diritto al lavoro, all’autonomia e alla partecipazione sociale non può essere separato dal modo in cui una persona viene rappresentata e considerata.

«Non è vero che non si può più dire nulla: si può scegliere un linguaggio che non danneggi le altre persone», sottolinea Fuga.

Il tema, dunque, non è limitare la libertà di espressione, ma riconoscere la responsabilità che accompagna l’uso delle parole quando queste colpiscono una categoria di persone già esposta a stereotipi e discriminazioni.

Anche Claudia Sorlini, vicepresidente di Fondazione Cariplo, sostiene questa prospettiva: «Le parole che scegliamo raccontano la società che vogliamo costruire».

L’attenzione al linguaggio si collega così a una sfida più ampia: creare contesti nei quali ogni persona possa sviluppare pienamente il proprio progetto di vita.

La campagna non si ferma allo spot.

Nel 2026 CoorDown ha creato, insieme a FAIRFLAI, un agente di intelligenza artificiale pensato per accompagnare le persone nella scoperta di pratiche concrete per costruire una cultura del rispetto.

Attraverso JustEvolve.org, aziende, media, scuole, insegnanti, famiglie, associazioni e gruppi di amici possono trovare esempi e attività per trasformare la riflessione sul linguaggio in azioni quotidiane.

La versione italiana del film è stata realizzata a Milano.

Noah M. Matofsky è doppiato da Francesco Romanelli, giovane attore di 23 anni con sindrome di Down.

L’intelligenza artificiale è stata utilizzata per riallineare i movimenti labiali degli attori al parlato italiano, rendendo il doppiaggio più naturale e il film più semplice da seguire.

La mobilitazione arriverà anche nelle piazze.

Nel weekend dell’11 ottobre, in oltre 200 piazze italiane, i volontari delle associazioni aderenti a CoorDown distribuiranno il messaggio di cioccolato, realizzato con cacao proveniente dal commercio equo e solidale.

I fondi raccolti sosterranno progetti di partecipazione attiva delle persone con sindrome di Down e campagne di comunicazione sul territorio.

Saranno proprio le persone con sindrome di Down, insieme a genitori, fratelli, sorelle e amici, a essere protagoniste degli incontri con il pubblico.

È un elemento coerente con la filosofia della campagna: non parlare semplicemente delle persone con disabilità, ma creare le condizioni perché possano parlare, partecipare e incidere direttamente sulla rappresentazione che la società costruisce di loro.

CoorDown, nato nel 1987 e costituitosi formalmente nel 2005, riunisce le associazioni italiane impegnate nella tutela e nella promozione dei diritti delle persone con sindrome di Down ed è organismo ufficiale di confronto con le istituzioni.

Ogni seconda domenica di ottobre promuove la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down, mentre il 21 marzo sostiene il World Down Syndrome Day.

Le sue campagne internazionali hanno ottenuto oltre 30 Cannes Lions, dieci dei quali d’oro, più di cinque Grand Prix for Good e numerosi altri riconoscimenti, fino all’United Nations SDG Action Award ricevuto nel 2024.

“È ora di evolvere!” propone quindi una lettura della discriminazione che parte da un gesto apparentemente piccolo, ma arriva a una questione molto più grande.

Una società inclusiva non si costruisce soltanto attraverso leggi, servizi e politiche pubbliche. Si costruisce anche attraverso il modo in cui le persone vengono rappresentate e nominate.

Cambiare una parola non basta a garantire un diritto.

Ma continuare a usare come insulto una parola che identifica una persona con disabilità contribuisce a mantenere vivo un pregiudizio che può ostacolare proprio quei diritti.

Perché i diritti non cominciano quando una discriminazione diventa evidente: cominciano molto prima, anche dal modo in cui una persona viene nominata, raccontata e considerata.

Se una parola trasforma la disabilità in un insulto, non stiamo semplicemente scegliendo male le parole: stiamo contribuendo a definire chi può essere rispettato e chi può essere deriso.

La sfida di CoorDown è quindi culturale e politica prima ancora che linguistica: non chiedere alle persone con disabilità di adattarsi a una società che le discrimina, ma chiedere alla società di cambiare ciò che rende possibile quella discriminazione.

Evolvere significa smettere di considerare dignità, autonomia, partecipazione e uguaglianza come concessioni. Sono diritti.

E una società davvero inclusiva non si limita a proclamarli: li difende ogni giorno, anche nelle parole.

Gli hashtag ufficiali della Giornata sono #èoradievolvere e #gnpd2026.

Immagine di copertina: Ufficio stampa Fondazione Cariplo