IL 70,9% DEI RAGAZZI SUBISCE DERISIONI PER LA PROPRIA VOCE

Il primo studio italiano sul fenomeno, pubblicato su Frontiers in Social Psychology, evidenzia le conseguenze delle derisioni legate alla voce: quattro ragazzi su dieci modificano il proprio modo di parlare per evitare le prese in giro.

La scuola è il principale contesto in cui si verificano gli episodi.

La voce è uno strumento fondamentale per comunicare, esprimere pensieri e costruire relazioni.

Eppure, per molti bambini e adolescenti che presentano questa difficoltà, parlare può trasformarsi in un’esperienza segnata dalla paura del giudizio e dalla derisione.

È il fenomeno del voice shaming, una forma di discriminazione che prende di mira le caratteristiche della voce e le difficoltà nella comunicazione verbale, con conseguenze che possono incidere sull’autostima, sul benessere emotivo e sulla partecipazione alla vita sociale.

A fotografare per la prima volta la diffusione del fenomeno in Italia è uno studio scientifico nazionale pubblicato sulla rivista internazionale Frontiers in Social Psychology, con il titolo Voice shaming: when speech becomes a target.

La ricerca ha coinvolto 110 bambini e adolescenti tra i 7 e i 16 anni con questa specifica condizione, seguiti dal Centro Medico Vivavoce di Milano insieme ai loro genitori.

Il campione comprende partecipanti provenienti da 53 province italiane, distribuite tra Nord, Centro, Sud e Isole.

I risultati evidenziano una realtà significativa: il 70,9% dei ragazzi coinvolti ha subito episodi di voice shaming.

Un dato che richiama l’attenzione sulla necessità di riconoscere e affrontare le forme di derisione legate alla comunicazione, spesso considerate erroneamente scherzi innocui o comportamenti privi di conseguenze.  

LA DERISIONE COMINCIA A SCUOLA

Secondo lo studio, il primo episodio di voice shaming si verifica mediamente intorno ai nove anni, in una fase della crescita in cui il rapporto con i coetanei e il riconoscimento all’interno del gruppo assumono un’importanza particolare.

La scuola è il luogo in cui si manifesta il fenomeno nell’80,8% dei casi, mentre nel 92,3% degli episodi gli autori sono compagni conosciuti.

Gli adulti risultano coinvolti soltanto nel 6,4% dei casi.

La forma più frequente di derisione è l’imitazione della voce, segnalata nell’82,1% dei casi.

Seguono gli sguardi e le risate (46,2%), i commenti negativi (34,6%) e l’esclusione dal gruppo (21,8%).

Questi comportamenti possono apparire marginali agli occhi di chi li mette in atto o di chi vi assiste.

Per chi li subisce, tuttavia, possono trasformare un momento ordinario di comunicazione in una situazione di esposizione e vulnerabilità.

La difficoltà non riguarda soltanto la fluidità del linguaggio, ma anche la possibilità di prendere la parola senza temere di diventare oggetto di scherno.

Il contesto scolastico assume quindi un ruolo centrale nella prevenzione.

È qui che bambini e adolescenti trascorrono una parte significativa della giornata, partecipano alle attività didattiche e costruiscono relazioni.

Promuovere il rispetto delle differenze nella comunicazione significa, perciò, intervenire non soltanto sui singoli episodi, ma anche sulle dinamiche del gruppo e sulla cultura della classe.  

QUANDO CAMBIARE IL PROPRIO MODO DI PARLARE DIVENTA UNA DIFESA

Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda le conseguenze degli episodi subiti.

Nel 71,8% dei casi, i ragazzi hanno riferito di aver vissuto uno o due episodi di voice shaming nell’arco della loro vita.

La limitata frequenza, però, non esclude un impatto significativo.

Il 39,7% dei partecipanti ha modificato il proprio modo di parlare per evitare le prese in giro, mentre il 29,5% ha rinunciato ad attività o giochi.

La derisione può dunque condizionare le scelte quotidiane, inducendo i ragazzi a ridurre le occasioni di comunicazione e a sottrarsi a situazioni nelle quali potrebbero partecipare, esprimersi e condividere esperienze con gli altri.

Anche le osservazioni dei genitori restituiscono un quadro significativo.

Nel 67,1% dei casi, le famiglie hanno notato cambiamenti nel comportamento dei figli, come la tendenza a evitare determinate persone o luoghi e una maggiore difficoltà nelle relazioni sociali.

Nel 69,9% dei casi sono stati rilevati cambiamenti dell’umore, soprattutto tristezza, irritabilità e ansia.

Per il 94,5% dei genitori, il voice shaming ha danneggiato l’autostima e il benessere emotivo dei figli.

I dati mostrano come la derisione non si esaurisca nel momento in cui si verifica.

Può lasciare un segno nel modo in cui un bambino percepisce se stesso e affronta le relazioni, influenzando la disponibilità a intervenire in classe, partecipare a un gioco o parlare davanti agli altri.

Come spiega Jubin Abutalebi, neurologo e direttore sanitario del Centro Medico Vivavoce, «A differenza del bullismo tradizionale, che si definisce per la ripetizione degli atti, il voice shaming ferisce anche quando accade una sola volta».

Il punto centrale, sottolinea, è il significato dell’esperienza per chi la subisce: essere colpiti proprio mentre si cerca di comunicare.  

IL RUOLO DELLE FAMIGLIE E LA RESPONSABILITÀ DELLA SCUOLA

Di fronte agli episodi di voice shaming, le famiglie rappresentano spesso il primo punto di riferimento per bambini e adolescenti.

Il 97,3% dei genitori coinvolti nello studio ha dichiarato di essersi attivato per aiutare il figlio, attraverso il dialogo, il coinvolgimento degli insegnanti o l’avvio di un percorso di supporto.

La risposta delle istituzioni scolastiche, tuttavia, appare ancora limitata: soltanto nel 19,2% dei casi sono state adottate misure specifiche.

Una distanza che solleva interrogativi sulla capacità degli ambienti educativi di riconoscere le forme di discriminazione legate alla voce e di intervenire tempestivamente.

La scuola non può essere considerata soltanto il luogo in cui il problema emerge.

È anche uno spazio nel quale è possibile prevenirlo, attraverso la formazione degli insegnanti, l’attenzione alle dinamiche relazionali e l’inserimento del rispetto delle differenze comunicative nei percorsi di contrasto al bullismo.

«La scuola è il luogo in cui il voice shaming nasce ed è lì che dobbiamo intervenire», afferma Giovanni Muscarà, fondatore del Centro Medico Vivavoce e presidente dell’Associazione Vivavoce.

L’obiettivo, spiega, è formare insegnanti ed educatori affinché sappiano riconoscere anche le forme più sottili di derisione, come l’imitazione, e promuovere il rispetto di ogni voce nei programmi contro il bullismo.

Un intervento efficace richiede attenzione ai segnali di disagio, ascolto dei ragazzi e collaborazione tra famiglie, insegnanti e professionisti.

È importante che chi subisce queste esperienze possa parlarne senza sentirsi responsabile di ciò che è accaduto e trovi adulti capaci di riconoscere la gravità dell’episodio, anche quando si verifica una sola volta.  

IL DIRITTO DI PARLARE SENZA PAURA

Lo studio, condotto da un gruppo multidisciplinare che coinvolge professionisti dell’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi, dell’Università degli Studi di Milano, del Centro Medico Vivavoce, dell’Università eCampus e dell’Università Vita-Salute San Raffaele, contribuisce a portare all’attenzione pubblica un fenomeno finora poco indagato nel contesto italiano.

I risultati riguardano un campione specifico e non possono essere automaticamente estesi a tutti i giovani.

Offrono, tuttavia, elementi utili per comprendere le conseguenze della derisione legata alla voce e orientare gli interventi di prevenzione.

La Giornata internazionale della consapevolezza dedicata a questa tematica, che si celebra il 22 ottobre, rappresenta un’occasione per promuovere una maggiore conoscenza delle difficoltà della comunicazione verbale e contrastare pregiudizi ancora diffusi.

Parlare in modo diverso non dovrebbe significare esporsi al giudizio, rinunciare a un’attività o modificare il proprio comportamento per essere accettati.

Riconoscere il voice shaming significa affermare un principio essenziale: ogni persona deve poter comunicare senza essere umiliata per il modo in cui parla.

La responsabilità di costruire ambienti inclusivi non può ricadere esclusivamente sui bambini che subiscono le derisioni o sulle loro famiglie.

Richiede un impegno condiviso, a partire dalla scuola, affinché la diversità delle voci sia riconosciuta come parte della pluralità umana e non diventi motivo di esclusione.  

Fonte:

https://www.frontiersin.org/journals/social-psychology/articles/10.3389/frsps.2026.1877638/full