A pochi giorni dalla Giornata Mondiale della Salute 2026, appena celebrata, dedicata al tema “Insieme per la salute. Al fianco della scienza”, resta sul tavolo una questione che interroga il sistema sanitario in profondità: quella delle infezioni correlate all’assistenza.
Un fenomeno spesso silenzioso, ma con un impatto enorme.
In Italia causano circa 11.000 decessi l’anno, fino a tre volte più degli incidenti stradali.
Un dato che non può essere ridotto a statistica, perché chiama in causa responsabilità, organizzazione e capacità di innovazione.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha spostato lo sguardo su un elemento rimasto a lungo ai margini del dibattito: i tessuti.
Non solo superfici e dispositivi, ma anche le divise sanitarie possono diventare veicolo di contaminazione.
Le evidenze più recenti mostrano infatti che i patogeni possono persistere sui materiali tessili per giorni, settimane e in alcuni casi mesi.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Infection Control & Hospital Epidemiology ha rilevato la presenza di contaminazione nell’81% delle maniche delle divise sanitarie, con patogeni rilevanti nel 20,7% dei casi anche dopo poche ore di utilizzo.
Un dato che modifica il perimetro del rischio e impone una revisione delle strategie di prevenzione.
È in questo contesto che prende forma una delle innovazioni più significative degli ultimi anni: l’integrazione della scienza direttamente nei tessuti.
Le nuove divise sanitarie non sono più semplici uniformi, ma veri e propri dispositivi di protezione individuale, progettati per svolgere una funzione attiva contro la proliferazione microbica.
Si tratta di materiali sviluppati con tecnologie avanzate, capaci di garantire proprietà antivirali e antibatteriche certificate fino al 99,9% secondo standard internazionali.
Tra le soluzioni più promettenti vi sono quelle basate sull’impiego di nanoparticelle di ossido di zinco, già ampiamente studiate nella letteratura scientifica per la loro efficacia antimicrobica.
Questa evoluzione non è più confinata ai laboratori, ma ha già trovato applicazione in diverse realtà sanitarie italiane, dove le nuove divise vengono adottate come parte integrante delle politiche di gestione del rischio infettivo.
Un passaggio che segna un cambio di paradigma: dalla prevenzione passiva alla protezione attiva.
Il quadro istituzionale si muove nella stessa direzione.
L’Istituto Superiore di Sanità ha espresso un orientamento favorevole all’utilizzo di tessuti antimicrobici nell’ambito dei dispositivi di protezione e dell’abbigliamento sanitario.
Allo stesso tempo, la normativa vigente, a partire dal Decreto Legislativo 81 del 2008, impone alle strutture sanitarie l’obbligo di prevenire il rischio biologico attraverso l’adozione delle misure più efficaci disponibili.
A rafforzare questo principio interviene anche la giurisprudenza, con la cosiddetta sentenza Travaglino, che richiama esplicitamente la responsabilità delle strutture nell’implementare le migliori soluzioni tecnologiche disponibili per la tutela dei pazienti e degli operatori.
La questione, tuttavia, non è soltanto tecnica.
Riguarda il modo in cui il sistema sanitario interpreta il proprio mandato.
Le infezioni correlate all’assistenza non sono eventi inevitabili, ma indicatori di qualità e sicurezza delle cure.
Intervenire sui fattori di rischio, anche quelli meno visibili come i tessuti, significa agire su una dimensione strutturale del diritto alla salute.
In questa prospettiva si inserisce il contributo di figure che da anni lavorano sul campo tra direzione sanitaria, sanità pubblica e innovazione tecnologica.
Professionisti come Pietro Manzi, Alberto Firenze e Roberto Lombardi offrono uno sguardo integrato su come prevenzione, responsabilità e organizzazione possano evolvere insieme.
La loro esperienza restituisce un dato chiaro: la gestione del rischio infettivo richiede un approccio sistemico, capace di connettere evidenze scientifiche, scelte organizzative e cultura della sicurezza.
La Giornata Mondiale della Salute, pur essendo già trascorsa, lascia quindi un’eredità precisa.
Non basta riconoscere il valore della scienza, occorre tradurla in pratica quotidiana, dentro i luoghi della cura.
Anche nei dettagli apparentemente poco rilevanti, come un tessuto.
Perché è proprio lì, nelle pieghe meno visibili dell’assistenza, che si gioca una parte decisiva della qualità e dell’equità del sistema sanitario.
Fonte: ISS – Epicentro





