“Sopravvivere è un lavoro. Con una malattia di questo tipo passi la vita a cercare di salvarti. Nel mio caso, senza mai rinunciare ai sogni.”
Le parole di Elisa Tibussi arrivano nette, senza retorica.
Non cercano compassione.
Raccontano semplicemente la fatica quotidiana di restare in piedi quando il corpo, lentamente, cambia le regole della vita.
Elisa ha cinquant’anni, vive a Piacenza con il marito e da circa dieci anni convive con una malattia rara autoimmune e degenerativa che ha progressivamente trasformato la sua quotidianità.
Le giornate si sono riempite di visite, ricoveri, terapie, interventions, prenotazioni, telefonate, decisioni da prendere in fretta e spesso da sola.
Un lavoro invisibile che accompagna ogni persona costretta a vivere dentro una fragilità cronica.
Eppure, ascoltandola parlare, non emerge mai il tono di chi si è arreso.
Continua a lavorare come impiegata, in modalità smart working.
Continua a organizzare la propria vita attorno ai limiti imposti dalla malattia.
Continua soprattutto a proteggere uno spazio essenziale della sua identità: la danza.
“La danza mi serve come terapia”, racconta. “Ma solo perché ho trovato un’insegnante come Danila Corgnati.”
Quando entra nella sala dell’Alive Dance Studio, a Piacenza, il tempo sembra rallentare.
La malattia resta fuori per qualche istante.
Il corpo smette di essere soltanto dolore, stanchezza o controllo medico.
Torna a essere movimento.
“Quando entro in una sala di danza mi sento a casa.”
È una frase che contiene molto più di quanto sembri.
Per Elisa la danza non è evasione romantica, ma un modo concreto per restare agganciata alla vita.
Una disciplina che accompagna la sua storia sin dall’infanzia e che oggi, nonostante tutto, continua a offrirle un frammento di libertà.
Danila Corgnati, ballerina, docente e coreografa, ha imparato a leggere quel corpo fragile senza forzarlo.
Ogni lezione nasce dalle condizioni fisiche del momento.
Nulla è standardizzato.
Nulla è automatico.
“Con lei inventiamo ogni volta la lezione, la cuciamo sulle mie condizioni fisiche”, spiega Elisa. “Danila ha imparato a capire quello che posso affrontare.”
Nei loro incontri non esiste la ricerca della perfezione tecnica.
Esiste piuttosto la necessità di creare uno spazio sicuro, umano, possibile.
“Il lavoro che svolgiamo insieme è calibrato sulle sue esigenze”, racconta Danila. “Ma ciò che Elisa porta in sala va ben oltre qualsiasi adattamento tecnico: porta una passione autentica e una consapevolezza di sé non comune.”
Fuori dalla danza, però, la realtà resta complessa.
La malattia ha ridotto drasticamente la libertà personale di Elisa.
Piccoli gesti quotidiani come fare due passi, condividere una pizza in compagnia o partire per un viaggio si sono trasformati in traguardi complessi, se non del tutto irraggiungibili.
“Non posso più uscire per una semplice passeggiata o per una pizza con gli amici. Non posso fare vacanze o viaggi se non per raggiungere un luogo di cura.”
Anche le relazioni cambiano quando la fragilità entra nella vita.
Alcune persone si allontanano.
Altre, inattese, restano.
Elisa racconta senza rabbia le delusioni ricevute da amici e parenti da cui si sarebbe aspettata sostegno.
Ma racconta anche le nuove amicizie nate proprio dentro l’esperienza della malattia: legami più autentici, meno superficiali, costruiti sulla presenza reale.
Nonostante tutto, nel suo racconto resta spazio perfino per l’ironia.
Per una risata improvvisa.
Per quella leggerezza ostinata di chi non vuole lasciare che la diagnosi diventi l’unica definizione possibile di sé.
“Danzare tiene viva la mia passione e in questo modo tiene viva me. È uno sfogo di vita normale e mi ricorda che non è finita.”
Forse è proprio questo il punto centrale della storia di Elisa: non la malattia in sé, ma il modo in cui continua a difendere il diritto a senti rsi viva oltre la malattia.
All’Alive Dance Studio questa idea è diventata parte di una filosofia precisa.
“In base all’esperienza che abbiamo avuto con gli adulti, crediamo nella danza non solo come disciplina tecnica, ma come qualcosa che possa far sentire vivi”, spiegano Elena e Antonio Taglia, fondatori della scuola. “Non siamo terapeuti, ma siamo convinti che la danza possa essere supporto, benessere, energia.”
E osservando Elisa muoversi in sala, si comprende che non stanno parlando soltanto di danza.
Stanno parlando della possibilità, anche dentro una vita radicalmente cambiata, di continuare a cercare bellezza.
Anche solo per pochi minuti.
Anche solo per il tempo di una musica.
Immagine di copertina:Foto Studio Bedini Marco





