PEBA, 40 anni dopo: solo un capoluogo su tre è in regolad

L’indagine dell’Associazione Luca Coscioni fotografa un’Italia ancora inadempiente sull’accessibilità

A quarant’anni dall’introduzione dei Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), l’Italia resta largamente indietro.
Non si tratta di un ritardo tecnico, ma di una frattura strutturale tra norme e diritti esigibili. L’Associazione Luca Coscioni ha pubblicato un monitoraggio sui 118 Comuni capoluogo (esclusa Roma, dove la competenza è in capo ai Municipi): il dato è netto.
Solo il 36,4% ha approvato formalmente un PEBA con delibera di Consiglio comunale, come previsto dalla legge.

Che cos’è un PEBA

Il PEBA (Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche) è uno strumento di pianificazione comunale obbligatorio, introdotto con la legge 41/1986, che programma in modo organico e pluriennale gli interventi necessari a rendere accessibili edifici e spazi pubblici.
Non è un documento generico: deve prevedere il censimento delle barriere presenti in edifici pubblici e spazi urbani, un’analisi tecnica con priorità di intervento, una programmazione economica e temporale e indicazioni di progettazione inclusiva, che riguardino non solo la mobilità ma anche l’accessibilità sensoriale e cognitiva.

Il PEBA trasforma l’accessibilità da intervento episodico a politica strutturale.
La giurisprudenza ha chiarito che la sua assenza può configurare una lesione di diritti, rendendo l’adozione del piano un obbligo non solo amministrativo ma sostanziale.

I numeri: una mappa dell’inadempienza

Dal monitoraggio emergono quattro situazioni:

43 Comuni (36,4%) hanno approvato un PEBA regolare;

16 Comuni (13,6%) hanno un piano non ancora approvato o strumenti alternativi non conformi alla normativa;

25 Comuni (21,2%) risultano in fase di redazione;

34 Comuni (28,8%) sono privi di PEBA o con informazioni non reperibili o insufficienti.

Anche nei capoluoghi, che dovrebbero disporre di maggiori competenze tecniche e risorse amministrative, l’accessibilità resta un obiettivo incompiuto.

Dove i PEBA sono stati approvati

Tra i 43 Comuni in regola si trovano realtà distribuite su tutto il territorio nazionale.
In Toscana figurano 7 Comuni, tra cui Firenze; 5 in Emilia-Romagna; 5 in Lombardia, tra cui Milano; 4 in Piemonte e 4 in Veneto, tra cui Venezia. Due Comuni sono in Abruzzo, tra cui L’Aquila; 3 in Friuli Venezia Giulia; 2 nel Lazio; 3 in Puglia; 3 in Sardegna; uno in Basilicata (Potenza), uno in Liguria, uno nelle Marche, uno in Molise (Campobasso) e uno in Trentino-Alto Adige (Trento).
La distribuzione geografica non restituisce un primato territoriale netto: emergono buone pratiche sparse, ma nessuna area può dirsi sistemicamente virtuosa.

Dove il PEBA non c’è

Il dato più critico riguarda i 34 Comuni senza piano o con informazioni non verificabili. Sette si trovano in Sardegna, tra cui Cagliari; quattro in Calabria, tra cui Catanzaro; quattro in Lombardia e quattro in Sicilia; due in Abruzzo e due nel Lazio; tre nelle Marche; due in Piemonte; due in Puglia, tra cui Bari; uno in Campania (Napoli), uno in Emilia-Romagna, uno in Toscana e uno in Veneto.
Se nei capoluoghi il quadro è questo, l’Associazione stima che nei restanti Comuni italiani la percentuale reale di adozione dei PEBA possa aggirarsi intorno al 15%. Resta inoltre aperta la questione dell’effettiva attuazione degli interventi previsti.

Roma, un caso a parte

Roma costituisce un capitolo separato. L’Associazione ha inoltrato accessi agli atti ai 15 Municipi competenti, ricevendo risposta solo da quattro. Nessuno di questi risulta essersi adeguato.
La frammentazione amministrativa non attenua la responsabilità istituzionale: la capitale del Paese non dispone di un quadro sistemico di pianificazione dell’accessibilità.

Dal contenzioso al “diritto ai PEBA”

Negli ultimi anni la battaglia si è spostata anche nelle aule giudiziarie.

«La giurisprudenza ha chiarito che l’assenza dei PEBA non è una semplice mancanza amministrativa, ma una lesione di diritti», afferma l’avvocato Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione. I Tribunali, in sede civile e amministrativa, hanno condannato i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia ad adottare il PEBA entro termini certi. Secondo l’Associazione, si è così consolidato un vero e proprio “diritto ai PEBA”: l’accessibilità diventa posizione giuridica soggettiva tutelabile. Rocco Berardo, coordinatore delle iniziative sui diritti delle persone con disabilità, sottolinea come l’accessibilità non sia un dettaglio tecnico, ma una condizione per l’esercizio dei diritti fondamentali: muoversi, studiare, lavorare, vivere la città in condizioni di pari dignità.

Come è stata condotta l’indagine

Il monitoraggio è stato realizzato attraverso la consultazione sistematica dei siti istituzionali dei Comuni capoluogo, con particolare attenzione alla sezione “Amministrazione trasparente”, la verifica dei provvedimenti e degli strumenti di pianificazione e l’inoltro di accessi agli atti nei casi di informazioni mancanti o incomplete. L’indagine resta aperta: amministrazioni e cittadini possono inviare aggiornamenti documentati a info@associazionelucacoscioni.it.

Non solo pianificazione, ma cultura progettuale

Il punto, a quarant’anni dalla legge istitutiva dei PEBA, non è soltanto la mancata adozione formale dei piani.
È la persistenza di una cultura progettuale che continua a considerare l’accessibilità come un adempimento eventuale, anziché come criterio ordinario di pianificazione urbana.
Nuove costruzioni che ignorano principi basilari di universal design e interventi pubblici che non integrano sistematicamente l’eliminazione delle barriere fisiche e sensoriali rendono evidente la distanza tra norma e realtà. La questione non è amministrativa, ma democratica.
Perché senza accessibilità non c’è cittadinanza piena.
E quarant’anni, in uno Stato di diritto, dovrebbero essere sufficienti per garantire pari opportunità e pari dignità a tutti.

Fonte:

Immagine di copertina: ufficio stampa Associazione Luca Coscioni