Il mercato europeo delle ristrutturazioni crescerà del 40% entro il 2034.
Dalla modernizzazione degli ascensori alle tecnologie intelligenti, la sfida è trasformare un patrimonio edilizio spesso obsoleto in uno spazio accessibile a tutti.
La città inclusiva non nasce soltanto dai grandi progetti urbanistici o dai nuovi quartieri progettati secondo i più moderni criteri di sostenibilità.
Spesso prende forma in luoghi già esistenti: nei condomìni costruiti decenni fa, nei palazzi storici privi di ascensore, negli edifici residenziali che ogni giorno milioni di persone abitano e attraversano.
È qui che si gioca una delle sfide più importanti del prossimo decennio: trasformare il patrimonio edilizio esistente in un ambiente accessibile, sicuro e capace di rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più anziana e diversificata.
Secondo le stime contenute nel report Europe Remodeling Market, il mercato europeo delle ristrutturazioni crescerà di oltre il 40% entro il 2034.
Una crescita che non riguarda soltanto il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici o la loro riqualificazione estetica, ma che coinvolge in maniera sempre più significativa il tema dell’accessibilità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche.
Il settore supererà i 3,2 miliardi di dollari già nel 2026, confermando come la rigenerazione urbana sia ormai uno dei principali motori dello sviluppo delle città europee.
L’Italia e il peso di un patrimonio edilizio datato
Se il tema interessa l’intero continente, in Italia assume una rilevanza particolare.
Oltre il 70% degli edifici residenziali è stato costruito prima del 1980 e più del 40% prima del 1961.
Si tratta di immobili progettati in un’epoca in cui accessibilità, inclusione e mobilità delle persone con disabilità non rappresentavano ancora elementi centrali della progettazione architettonica.
Le conseguenze sono evidenti: scale all’ingresso, ascensori troppo piccoli per accogliere una carrozzina, pianerottoli stretti, dislivelli e ostacoli che trasformano attività quotidiane apparentemente semplici in percorsi complessi e faticosi.
Questa situazione riguarda milioni di cittadini.
In Italia oltre 3,5 milioni di persone convivono con una disabilità e circa 2,5 milioni sono anziane.
A questi numeri si aggiungono le esigenze di chi vive condizioni temporanee di ridotta mobilità, delle famiglie con passeggini e di tutte quelle persone che, nel corso della vita, possono trovarsi a confrontarsi con limitazioni fisiche più o meno significative.
L’accessibilità, dunque, non è una questione che interessa una minoranza.
Riguarda la qualità della vita collettiva e la possibilità per ogni persona di esercitare in modo pieno il proprio diritto alla mobilità e all’autonomia.
Dalle barriere ai diritti
Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha iniziato a considerare le barriere architettoniche non soltanto come un problema tecnico, ma come una questione di diritti umani e di cittadinanza.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità riconosce infatti l’accessibilità come una condizione essenziale per garantire la partecipazione piena ed effettiva alla vita sociale.
Un edificio non accessibile può limitare l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla cultura e alle relazioni sociali.
Al contrario, uno spazio progettato o riqualificato secondo criteri inclusivi contribuisce a costruire una società più equa.
È in questa prospettiva che la rigenerazione urbana assume un valore strategico.
Intervenire sugli edifici esistenti significa non soltanto migliorarne le prestazioni, ma rendere concretamente esigibili diritti che troppo spesso rimangono sulla carta.
La mobilità verticale al centro del cambiamento
Tra i settori maggiormente coinvolti in questo processo vi è quello della mobilità verticale.
Ascensori, piattaforme elevatrici e sistemi di sollevamento rappresentano infatti strumenti essenziali per superare ostacoli che, soprattutto negli edifici più datati, possono compromettere l’autonomia delle persone.
Secondo gli esperti di KONE, azienda leader a livello globale nella mobilità verticale, il futuro della riqualificazione passerà attraverso una serie di innovazioni destinate a ridefinire gli standard di accessibilità degli edifici.
Tra le principali tendenze emergono ascensori progettati per adattarsi anche a spazi particolarmente ridotti, soluzioni prive di locale macchine che consentono interventi meno invasivi, sistemi ad alta efficienza energetica capaci di ridurre significativamente i consumi e piattaforme elevatrici pensate per superare piccoli dislivelli senza alterare il valore architettonico degli edifici.
Sempre più diffusi sono inoltre i sistemi touchless, i comandi vocali e le tecnologie integrate con smartphone, strumenti che facilitano l’utilizzo degli impianti da parte delle persone con ridotte capacità motorie o sensoriali.
A queste innovazioni si affiancano i sistemi di manutenzione predittiva, capaci di individuare preventivamente fino al 70% dei possibili guasti, garantendo maggiore continuità del servizio e riducendo il rischio di interruzioni che possono avere conseguenze particolarmente pesanti per le persone più fragili.
Una nuova idea di città
La vera sfida, tuttavia, non è soltanto tecnologica.
Riguarda il modo in cui immaginiamo e progettiamo gli spazi urbani.
Per molto tempo l’accessibilità è stata considerata un adeguamento da realizzare successivamente, quasi una concessione destinata a categorie specifiche.
Oggi si afferma invece il principio del design universale, secondo cui gli ambienti devono essere pensati fin dall’origine per essere utilizzabili dal maggior numero possibile di persone.
In questa prospettiva, una città accessibile è una città migliore per tutti.
Un ascensore più funzionale non agevola soltanto chi utilizza una carrozzina, ma anche un anziano, un genitore con un passeggino, una persona che trasporta una valigia o che attraversa una fase temporanea di difficoltà motoria.
La crescita del mercato della rigenerazione urbana racconta quindi molto più di una trend economico.
Racconta la necessità di adattare il patrimonio edilizio alle trasformazioni demografiche e sociali del presente.
Significa riconoscere che l’inclusione non è un elemento accessorio della progettazione urbana, ma uno dei criteri fondamentali per misurare la qualità di una comunità.
Perché il futuro delle città non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti o sostenibili, ma dalla loro capacità di essere realmente accessibili a tutte le persone che le abitano.
Immagine di copertina: Ufficio Stampa Espresso Comunication





