Samsung e l’accessibilità: quando l’innovazione prova a diventare inclusione reale

Non basta progettare tecnologie avanzate.

La vera sfida, oggi, è capire per chi vengono pensate e chi rischiar di restarne escluso.

È dentro questa domanda che si inserisce il primo Italian Hackathon di Solve for Tomorrow, organizzato da Samsung Electronics in occasione del Global Accessibility Awareness Day, trasformando la Smart Arena dell’headquarter milanese in uno spazio di confronto tra scuola, tecnologia, sport e inclusione.

L’iniziativa ha coinvolto cinque scuole italiane selezionate per l’edizione 2025/2026 del programma internazionale di Corporate Citizenship promosso dall’azienda coreana.

Obiettivo: trasformare idee nate durante il percorso formativo in prototipi concreti capaci di affrontare barriere sociali, relazionali e fisiche attraverso la tecnologia.

Ma il punto più interessante dell’evento non è soltanto la dimensione tecnologica.

È il tentativo — ancora raro nel panorama italiano — di mettere in relazione innovazione digitale e accessibilità come tema culturale e sociale, non come semplice funzione tecnica.

Le scuole coinvolte hanno presentato progetti dai nomi emblematici: Synchrofit, Shape Shifter, ActiveBalance, SocialBuddy, Motion Help.

Dietro questi titoli c’è una generazione che prova a immaginare strumenti per migliorare autonomia, partecipazione e inclusione.

L’hackathon si è sviluppato in due giornate.

La prima è stata dedicata a workshop progettuali e momenti di confronto sull’accessibilità e l’inclusione sociale.

Accanto agli studenti, realtà come Azzurrini Academy e Fondazione TOG hanno portato esperienze concrete legate allo sport inclusivo, alla riabilitazione e all’educazione accessibile.

La seconda giornata ha visto invece la presentazione finale dei prototipi davanti a una giuria composta da rappresentanti del mondo istituzionale, scientifico e del terzo settore.

Tra loro anche Carmen Panepinto Zayati, dottoranda in Biorobotica e attivista STEM, insieme alla senatrice e atleta paralimpica Giusy Versace, intervenuta durante la cerimonia conclusiva.

Ed è proprio nelle parole di Versace che emerge uno degli elementi centrali dell’intera iniziativa: l’accessibilità non come “adattamento”, ma come possibilità concreta di partecipazione.

“L’accessibilità non riguarda solo la possibilità di accedere a strumenti o spazi, ma la possibilità concreta di partecipare pienamente alla vita sociale, educativa e professionale”.

Una riflessione importante in un contesto in cui il dibattito pubblico italiano continua spesso a ridurre l’accessibilità alla dimensione architettonica o normativa, dimenticando il ruolo decisivo della tecnologia nella costruzione — o nell’esclusione — della cittadinanza contemporanea.

Oggi, infatti, molte disuguaglianze passano proprio dagli strumenti digitali: piattaforme non accessibili, app progettate senza attenzione alle diverse disabilità, sistemi educativi che non integrano realmente tecnologie inclusive.

In questo scenario, coinvolgere direttamente studenti e studentesse nella progettazione di soluzioni accessibili significa anche introdurre un cambio di paradigma: non pensare alle persone con disabilità come destinatari passivi, ma come parte integrante della costruzione dell’innovazione.

Samsung ha scelto di inserire questa iniziativa all’interno del più ampio programma Solve for Tomorrow, nato per stimolare i giovani a utilizzare la tecnologia come strumento di impatto sociale positivo.

Nelle dichiarazioni di Anastasia Buda, Head of ESG, CSR & Internal Communication di Samsung Electronics Italia, emerge chiaramente questa impostazione:

“L’innovazione ha davvero valore solo quando è pensata per essere accessibile a tutti”.

È una frase che intercetta una questione ormai cruciale: il futuro dell’intelligenza artificiale, della robotica e della trasformazione digitale non potrà essere considerato davvero evoluto se continuerà a lasciare indietro intere fasce della popolazione.

L’aspetto forse più significativo dell’hackathon, allora, non è tanto la competizione in sé, quanto l’aver creato uno spazio in cui scuola, imprese, terzo settore e istituzioni hanno dialogato attorno a un’idea precisa di innovazione: quella che prova a ridurre le barriere invece di amplificarle.

Perché il rischio, oggi, è esattamente questo.

Una tecnologia che corre velocissima ma che continua a essere progettata secondo standard uniformi rischia di produrre nuove esclusioni invisibili.

Ed è qui che iniziative come questa acquistano valore politico e culturale prima ancora che educativo.

La sfida vera, però, inizierà dopo gli hackathon, i workshop e gli eventi celebrativi.

Inizierà quando quei prototipi dovranno confrontarsi con il mondo reale: scuole ancora poco accessibili, servizi digitali frammentati, mercato del lavoro escludente, disuguaglianze territoriali e sociali profonde.

L’accessibilità, infatti, non può restare confinata dentro le giornate simboliche o le strategie ESG delle aziende.

Deve diventare criterio strutturale di progettazione, investimento pubblico e innovazione sociale.

Ed è forse proprio questo il messaggio più interessante lasciato dagli studenti protagonisti dell’iniziativa: immaginare tecnologie inclusive non è un esercizio di sensibilizzazione.

È una scelta concreta di futuro.

Immagine di copertina: Ufficio Stampa MSL