Non solo disattenzione, impulsività o iperattività.
L’ADHD – il disturbo da deficit di attenzione e iperattività – potrebbe essere letto anche come una condizione neurobiologica complessa, influenzata da alimentazione, microbiota intestinale, stress, ambiente e stili di vita.
È questa la prospettiva proposta dal volume “Adhd e plusdotazione: la rivoluzione integrata. Un focus sul benessere e sulla trasformazione mente-corpo nella personalizzazione della cura”, edito da Magi Edizioni e presentato a Roma presso il Teatro Alibert dell’Istituto San Giuseppe De Merode.
Il libro nasce dalla collaborazione tra specialisti di discipline differenti e propone un cambio di prospettiva: superare una lettura esclusivamente sintomatologica dell’ADHD per costruire un approccio multidisciplinare e personalizzato, capace di integrare medicina, neuropsicologia, mindfulness, nutrizione e diagnostica di laboratorio.
Oltre la diagnosi: l’ADHD come configurazione neurobiologica
L’idea centrale del volume è che l’ADHD non debba essere considerato soltanto come un insieme di sintomi da “correggere”, ma come un assetto neurobiologico dinamico, nel quale fattori genetici, ambientali e relazionali interagiscono continuamente.
Secondo gli autori, la vulnerabilità del sistema nervoso può essere influenzata già nelle prime fases della vita da elementi come stress materno, disbiosi intestinale, esposizioni ambientali e alterazioni metaboliche.
Una visione che si colloca nel solco della cosiddetta “medicina integrata”, dove il cervello non viene osservato separatamente dal resto del corpo.
Il progetto editoriale è stato promosso dall’Asterion ETS e coinvolge il professor Mauro C.A. Rongioletti, direttore del Dipartimento di Scienze di Laboratorio dell’Ospedale Isola Tiberina-Gemelli Isola, insieme alla psicologa e neuropsicologa Maria Laura Sadolfo, al dirigente medico Gennaro Bruno e al dirigente medico Fabrizio Papa.
“Abbiamo scelto di pubblicare questo lavoro perché introduce un cambio di prospettiva concreto e necessario”, ha spiegato Angelica Bianco, direttrice editoriale di Magi Edizioni.
“Non più una medicina che interviene solo sul sintomo, ma un approccio che costruisce percorsi di regolazione, consapevolezza e benessere duraturo”.
Il dialogo tra intestino e cervello
Uno degli aspetti più innovativi affrontati nel libro riguarda il cosiddetto asse intestino-cervello.
Negli ultimi anni, infatti, numerose ricerche internazionali hanno iniziato a esplorare il ruolo del microbiota intestinale nella regolazione dell’umore, dell’attenzione e delle funzioni cognitive.
Nel caso dell’ADHD, gli autori sottolineano come disturbi gastrointestinali, alterazioni del sonno e difficoltà emotive possano essere letti come manifestazioni collegate di una stessa condizione fisiopatologica.
Da qui l’idea di affiancare ai trattamenti tradizionali interventi mirati su alimentazione, microbiota e riduzione degli interferenti endocrini.
La terapia farmacologica, spiegano gli esperti, non viene esclusa, ma inserita all’interno di un percorso più ampio, che comprende educazione agli stili di vita, attività fisica, regolazione emotiva e pratiche di consapevolezza.
Mindfulness e neuroplasticità: allenare l’attenzione
Tra gli strumenti proposti emerge il Protocollo SENSE-ADHD, sviluppato da Maria Laura Sadolfo, che utilizza mindfulness, training attentivo e consapevolezza corporea come supporto alla regolazione emotiva e cognitiva.
L’obiettivo, secondo la neuropsicologa, non è “sopprimere” il disturbo, ma aiutare la persona a sviluppare strategie di autoregolazione.
Le tecniche di mindfulness vengono presentate come strumenti capaci di favorire neuroplasticità funzionale, cioè la capacità del cervello di modificare le proprie connessioni in risposta all’esperienza.
Nel modello descritto dal libro, attenzione, emozioni e percezione corporea non sono elementi separati, ma parti di uno stesso sistema.
Per questo la presa in carico dovrebbe coinvolgere non solo il paziente, ma anche scuola, famiglia e contesto sociale.
Biomarcatori e medicina di precisione
Un altro tema centrale riguarda l’utilizzo dei biomarcatori come possibile supporto nella valutazione clinica dell’ADHD.
Fabrizio Papa sottolinea che la diagnosi del disturbo resta clinica e comportamentale, ma che alcuni indicatori biologici potrebbero aiutare a comprendere meglio il funzionamento individuale del paziente.
Si tratta di un campo ancora in evoluzione e privo, al momento, di evidenze consolidate nella letteratura internazionale.
Tuttavia, gli autori ritengono che l’integrazione tra dati biologici, valutazione nutrizionale e interventi sugli stili di vita possa aprire nuove prospettive nella medicina personalizzata.
Anche l’alimentazione assume un ruolo centrale.
Gennaro Bruno evidenzia come zuccheri, junk food, bevande energizzanti e additivi possano influenzare il funzionamento metabolico e neurocomportamentale, soprattutto nei soggetti più vulnerabili.
Una sfida culturale oltre che clinica
Il libro si inserisce in un dibattito sempre più ampio sul rischio di ridurre l’ADHD a una semplice etichetta diagnostica.
In Italia, il tema continua a essere attraversato da polarizzazioni: da una parte il timore di una medicalizzazione eccessiva dell’infanzia e dell’adolescenza, dall’altra il rischio opposto di sottovalutare le difficoltà reali di chi convive con il disturbo.
La proposta degli autori punta a superare questa contrapposizione attraverso un approccio sistemico, in cui la persona non viene definita esclusivamente dai sintomi, ma considerata nella complessità della propria storia biologica, emotiva e relazionale.
È una visione che richiama anche il tema della personalizzazione delle cure e dell’umanizzazione della medicina: concetti sempre più presenti nel dibattito sanitario contemporaneo, soprattutto nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo.
Resta aperta la questione scientifica: molte delle ipotesi avanzate richiederanno ulteriori validazioni cliniche e studi longitudinali.
Ma il volume porta al centro una domanda destinata a crescere nei prossimi anni: è possibile immaginare una presa in carico dell’ADHD che integri realmente mente, corpo, ambiente e qualità della vita?
Una domanda che non riguarda soltanto la medicina, ma il modo stesso in cui la società interpreta la neurodivergenza, il benessere e la cura.





