A maggio, a Trento, torna uno degli appuntamenti più significativi del panorama italiano dedicato alla disabilità e ai diritti.
Il 22 e 23 maggio 2026 si svolgerà infatti il 5° Convegno Internazionale Erickson “Sono adulto! Disabilità e progetto di vita”, un evento che negli anni è diventato luogo di confronto tra ricerca, pratiche sociali, testimonianze e politiche pubbliche.
Non un semplice convegno specialistico, ma uno spazio culturale e politico che prova a interrogare il presente: cosa significa oggi costruire davvero un progetto di vita per una persona con disabilità?
E soprattutto: siamo pronti a passare da un modello assistenziale a un modello fondato sull’autodeterminazione?
Tra gli ospiti dell’edizione 2026 figurano nomi di rilievo internazionale come Tom W. Shakespeare, Joanne Watson, Iacopo Melio, Ciro Tarantino e Francesca Palmas.
Il tema scelto arriva in un momento cruciale per il sistema italiano della disabilità.
L’entrata in vigore del Decreto legislativo 62/2024 rappresenta infatti una delle trasformazioni più profonde degli ultimi anni: il baricentro dell’intervento sociale si sposta dalla logica della presa in carico assistenziale all’esercizio pieno dei diritti soggettivi, in coerenza con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Una rivoluzione destinata a incidere concretamente sulla vita di oltre 3 milioni di persone e sul lavoro quotidiano di centinaia di migliaia di operatori sociali, educatori, assistenti, professionisti sanitari e famiglie.
Ma ogni riforma normativa rischia di rimanere incompiuta se non si accompagna a una trasformazione culturale capace di modificare linguaggi, pratiche e immaginari.
Ed è qui che il concetto di “Progetto di Vita” assume un significato decisivo.
Per anni, troppo spesso, il progetto di vita è stato interpretato come un documento tecnico, una procedura amministrativa, una formalità necessaria per accedere ai servizi.
Il convegno propone invece un cambio radicale di prospettiva: il progetto di vita come strumento concreto di libertà, capace di restituire alle persone la possibilità di scegliere dove vivere, con chi vivere, quali relazioni costruire, quali desideri coltivare e quale futuro immaginare per sé.
Non si tratta di una questione teorica.
Significa ridefinire il modo stesso in cui la società guarda alla disabilità.
Uno dei temi centrali sarà quello dell’abitare.
Perché abitare non coincide semplicemente con avere un posto letto o una struttura che garantisca protezione.
Abitare significa esercitare il diritto a una vita indipendente, a una casa scelta e non subita, a relazioni significative dentro la comunità.
In questa prospettiva, il territorio non è più soltanto uno spazio geografico, ma il luogo in cui costruire reti, alleanze e opportunità di partecipazione reale.
Accanto a questo, il convegno affronterà la necessità di riconoscere la complessità delle esperienze di vita delle persone con disabilità.
Disabilità, genere, povertà, provenienza migratoria e condizioni sociali spesso si intrecciano producendo discriminazioni multiple e invisibili.
Ascoltare le “voci più silenziose” significa allora mettere in discussione modelli che continuano a considerare l’istituzionalizzazione come risposta inevitabile per le situazioni più complesse.
Particolarmente significativo sarà anche lo spazio dedicato ad affettività e sessualità, temi ancora fortemente marginalizzati nel dibattito pubblico sulla disabilità, soprattutto quando si parla di disabilità intellettive.
Parlare di desideri, relazioni, educazione sessuale e autodeterminazione significa riconoscere la persona nella sua interezza, superando visioni infantilizzanti o esclusivamente sanitarie.
Il convegno sceglie di affrontare apertamente un tabù culturale ancora resistente: l’idea che le persone con disabilità debbano essere protette anche dai propri desideri, invece che sostenute nell’esercizio consapevole dei propri diritti.
Infine, centrale sarà il ruolo delle famiglie.
In Italia il caregiving familiare continua a rappresentare il pilastro invisibile del welfare, spesso però lasciato solo, schiacciato dal peso dell’assistenza quotidiana e privo di sostegni strutturali adeguati.
La sfida è costruire un welfare che non chieda alle famiglie di sostituirsi integralmente ai servizi, ma che sappia accompagnarle nella costruzione di percorsi di vita autenticamente inclusivi.
In questo senso, “Sono adulto!” non è soltanto il titolo di un convegno.
È una dichiarazione politica e culturale.
Rivendica il diritto delle persone con disabilità a essere riconosciute come cittadini adulti, titolari di desideri, scelte, responsabilità e futuro.
E forse è proprio questa la trasformazione più difficile: passare dall’idea di “prendersi cura” all’idea di condividere potere, possibilità e libertà.
Immagine di copertina: Ufficio Stampa Erickson





