A quattordici anni, mentre molti coetanei vivono lo sport soltanto da spettatori o da atleti, Michele sceglie di attraversarlo da una prospettiva diversa, assumendosi una responsabilità che richiede attenzione, equilibrio e capacità decisionale.
Il suo esordio ufficiale come arbitro nel campionato del Centro Sportivo Italiano (CSI), Comitato di Milano, rappresenta non solo una tappa personale significativa, ma anche un segnale culturale preciso: lo sport può e deve essere uno spazio realmente accessibile.
Dalla sua carrozzina, Michele porterà in campo non solo il fischietto, ma una visione concreta di partecipazione.
Il ruolo dell’arbitro implica conoscenza approfondita del regolamento, gestione delle dinamiche di gioco e autorevolezza nelle decisioni.
In questo contesto, il percorso di Michele sposta il focus dalla limitazione alla funzione.
Il conseguimento della qualifica rilasciata dall’Associazione Italiana Arbitri (AIA) segna un passaggio tecnico e formativo fondamentale.
Si tratta di un percorso che richiede studio sistematico del regolamento e superamento di prove teoriche.
Parallelamente, l’esperienza nel CSI rappresenta un contesto formativo concreto in cui i giovani arbitri possono maturare sul campo.
Determinante è stato il ruolo delle realtà sportive come il Vittoria Junior, che hanno dimostrato come l’inclusione sia una pratica quotidiana.
Offrire a Michele la possibilità di arbitrare significa riconoscerne pienamente la competenza, senza riduzioni simboliche.
La sua storia riguarda il diritto allo sport come dimensione piena di cittadinanza.
L’esordio di Michele non è un’eccezione da celebrare, ma un precedente che interroga e orienta.
Michele, cosa ha provato nel momento in cui ha capito che sarebbe sceso in campo per la sua prima partita ufficiale come arbitro?
«Sicuramente mi sono sentito orgoglioso di me.
Dopo tutto lo studio e la dedizione che ho impiegato, sento di essermi meritato questo match!
È un’emozione che cresce, ma non vedo l’ora di entrare in campo e fischiare il calcio d’inizio!».
Quando è nata la sua passione per il calcio e, in particolare, per il ruolo dell’arbitro?
«La vera passione per il calcio nasce durante i tempi del Covid e della quarantena.
Mi divertivo a guardare video su Youtube di vari influencer che giocavano a videogiochi calcistici come FIFA o PES.
Le radici della mia passione per l’arbitraggio hanno origine sin dalle elementari, quando durante educazione fisica trovavo in quel ruolo il mio modo di stare in campo».
Quali sono state le principali difficoltà che ha incontrato nel suo percorso e come è riuscito a superarle?
«Fortunatamente finora non ho mai incontrato troppe difficoltà.
Imparare ogni casistica del regolamento è stato a tratti faticoso, ma essendo questa una passione non l’ho mai considerato un peso».
Che significato ha per lei arbitrare una partita dalla sua carrozzina, anche in relazione al messaggio che può trasmettere agli altri ragazzi?
«Personalmente non percepisco alcun significato particolare: la carrozzina equivale alle gambe di un qualsiasi arbitro.
Il mio compito è far passare il messaggio che io sono come un qualsiasi arbitro… anzi, vado più veloce di alcuni!».
Guardando al futuro, quali sono i suoi obiettivi e cosa sogna di realizzare nel mondo del calcio?
«Il mio sogno è proseguire il mio percorso verso la FIGC, con l’ambizione di arrivare un giorno in Serie A, in campo e/o al VAR».
Immagine di copertina: Testori Comunicazione





