La riforma della disabilità, attuata attraverso il Decreto legislativo 62/2024 in attuazione della Legge delega 227/2021, rappresenta uno dei passaggi più rilevanti degli ultimi anni nel ridefinire il rapporto tra diritti, servizi e inclusione.
Un intervento che, almeno nelle intenzioni, mira a superare frammentazioni e disomogeneità, introducendo un modello più integrato e centrato sulla persona.
Tuttavia, quando questo impianto si confronta con il sistema scolastico italiano – storicamente tra i più inclusivi in Europa – emergono tensioni, criticità e interrogativi tutt’altro che marginali.
Un cambio di paradigma: dalla certificazione al progetto di vita
Il cuore della riforma è il passaggio da un sistema centrato sulla certificazione sanitaria a uno fondato sulla valutazione multidimensionale e sul cosiddetto “progetto di vita individuale”.
La nuova “valutazione di base”, affidata in via esclusiva all’INPS, si propone di accertare la condizione di disabilità secondo criteri uniformi, utilizzando standard internazionali come ICD e ICF.
Non si tratta solo di un aggiornamento tecnico: è un cambiamento culturale.
La disabilità non viene più letta esclusivamente come deficit, ma come interazione tra condizioni personali e contesto.
In questo quadro, la scuola diventa uno dei pilastri del progetto di vita, chiamata a tradurre il diritto all’istruzione in percorsi realmente inclusivi.
Il modello italiano sotto pressione
L’Italia è storicamente un modello di inclusione scolastica, con la quasi totalità degli studenti con disabilità inseriti nelle classi comuni.
Un sistema costruito nel tempo attraverso strumenti come il Piano Educativo Individualizzato (PEI) e una forte collaborazione tra scuola, famiglie e servizi territoriali.
La riforma interviene su questo equilibrio delicato.
La centralizzazione delle procedure di accertamento e la standardizzazione dei criteri rischiano di incidere proprio su quella personalizzazione che ha reso il modello italiano un riferimento internazionale.
Il passaggio da valutazioni territoriali a criteri nazionali uniformi potrebbe comportare una semplificazione solo apparente.
Il rischio è quello di comprimere bisogni complessi dentro categorie rigide, con effetti diretti sulla definizione delle risorse scolastiche.
Il nodo delle risorse e del sostegno
Uno degli aspetti più controversi riguarda l’impatto concreto della riforma sulle risorse destinate all’inclusione.
Secondo diverse voci critiche, la combinazione tra nuovi criteri valutativi e vincoli di spesa potrebbe tradursi in una riduzione delle ore di sostegno e dei servizi di assistenza.
Non è un elemento secondario: nel sistema italiano, l’inclusione si regge su figure chiave come insegnanti di sostegno e assistenti all’autonomia.
Una loro eventuale riduzione o frammentazione rischia di compromettere l’effettività del diritto allo studio.
Allo stesso tempo, la riforma introduce anche elementi potenzialmente positivi, come il riconoscimento e la stabilizzazione delle figure professionali, che potrebbero garantire maggiore continuità educativa.
Inclusione formale o inclusione sostanziale?
Il punto cruciale resta la distanza tra norma e realtà.
L’inclusione scolastica, per definizione, non può essere standardizzata: implica adattamenti continui, flessibilità didattica e una lettura individualizzata dei bisogni.
Se la riforma riuscirà a rafforzare il raccordo tra scuola, sanità e servizi sociali, potrà rappresentare un avanzamento significativo.
Ma se prevarrà una logica burocratica, fondata su criteri rigidi e risorse limitate, il rischio è quello di una regressione, mascherata da razionalizzazione.
La stessa previsione che molte misure debbano essere attuate “senza nuovi o maggiori oneri” solleva interrogativi sulla reale sostenibilità del sistema.
Una riforma ancora aperta
L’entrata a regime della riforma, prevista progressivamente fino al 2027, rappresenta un banco di prova decisivo.
In gioco non c’è soltanto l’organizzazione dei servizi, ma il significato stesso dell’inclusione: se debba restare un diritto esigibile, costruito sulla persona, oppure trasformarsi in un equilibrio tra diritti e compatibilità amministrative.
La scuola, ancora una volta, è il luogo in cui questa tensione diventa concreta.
Ed è lì che si misurerà, al di là delle dichiarazioni, la reale portata della riforma.
Fonte:
Superando.it





