Cure palliative, negli ospedali oltre la metà dei pazienti anziani ne avrebbe bisogno ma l’accesso resta ancora insufficiente

Le cure palliative continuano a essere associate quasi esclusivamente alla fase terminale della vita o ai pazienti oncologici.

Eppure, nei reparti ospedalieri e nelle residenze per anziani, il bisogno reale riguarda una platea molto più ampia: persone fragili, con malattie croniche avanzate, demenze, insufficienza respiratoria, scompenso cardiaco o patologie neurologiche degenerative, spesso alle prese con dolore, perdita di autonomia e sofferenza psicologica.

È questo il quadro emerso durante il Congresso Nazionale della SIGOT – Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, che ha acceso l’attenzione sul ruolo delle cure palliative nella gestione della fragilità geriatrica e della cronicità avanzata.

Secondo i dati del “Palliative Care Day”, discussi nel corso dell’evento, il bisogno assistenziale appare molto più esteso di quanto comunemente percepito.

Su oltre 5.600 pazienti e residenti valutati tra ospedali e RSA, il 57% dei ricoverati e il 46,3% degli anziani istituzionalizzati presentava necessità riconducibili a un approccio palliativo.

Numeri che raccontano una realtà spesso invisibile: migliaia di persone convivono con sintomi complessi e invalidanti senza accedere tempestivamente a percorsi dedicati.

Le cure palliative non sono solo “fine vita”

Uno degli aspetti più evidenziati dagli specialisti riguarda proprio il significato delle cure palliative, ancora troppo legato all’idea di terminalità imminente.

Nel paziente anziano fragile, invece, queste cure dovrebbero essere integrate precocemente con i trattamenti terapeutici e assistenziali già in corso.

L’obiettivo non è interrompere le cure, ma renderle più appropriate, proporzionate e orientate alla qualità della vita.

Significa controllare il dolore, alleviare la dispnea, ridurre la sofferenza emotiva, sostenere i caregiver e accompagnare la persona lungo il decorso della malattia.

“Le cure palliative costituiscono una parte essenziale della medicina, soprattutto nel paziente anziano fragile”, ha sottolineato Lorenzo Palleschi, presidente SIGOT.

“Servono a controllare il dolore, ridurre la sofferenza, evitare trattamenti sproporzionati, sostenere la famiglia e rispettare le preferenze della persona”.

Secondo Palleschi, il problema principale resta l’attivazione troppo tardiva dei percorsi palliativi, spesso avviati soltanto quando la situazione clinica è ormai gravemente compromessa.

Un accesso ancora diseguale sul territorio

L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche stanno facendo crescere rapidamente il bisogno di cure palliative.

Tuttavia, la rete assistenziale italiana continua a presentare forti disuguaglianze territoriali.

La normativa nazionale punta a garantire entro il 2028 l’accesso alle cure palliative al 90% delle persone che ne hanno bisogno, ma l’obiettivo appare ancora lontano.

In molte aree del Paese, infatti, i servizi restano insufficienti o difficilmente accessibili, soprattutto per chi vive fuori dai grandi centri urbani.

“La rete deve diventare più uniforme e garantire percorsi omogenei ai cittadini con malattie croniche progressive e inguaribili”, ha spiegato ancora Palleschi.

“Il reparto per acuti deve continuare a gestire la fase critica della malattia, ma non può essere l’unica risposta alla cronicità avanzata e alla non autosufficienza”.

Dall’ospedale al domicilio: la continuità assistenziale

Uno dei temi centrali affrontati durante il congresso riguarda il superamento di una visione limitata delle cure palliative, ancora troppo concentrate sull’hospice.

Nei reparti ospedalieri e nelle RSA sono numerosi i pazienti che convivono con dolore persistente, difficoltà respiratorie, agitazione, depressione, decadimento cognitivo e perdita funzionale.

Situazioni che richiedono un approccio multidisciplinare e una presa in carico continuativa tra ospedale, territorio e assistenza domiciliare.

“Nel paziente geriatrico il bisogno palliativo non coincide sempre con una terminalità immediata”, ha spiegato Claudia Bauco, componente del Consiglio Direttivo SIGOT.

“La sfida è riconoscere precocemente questi bisogni costruendo un piano assistenziale condiviso con il paziente e con la famiglia”.

Per gli specialisti, il nodo centrale resta proprio la continuità delle cure: evitare che il paziente fragile venga lasciato solo nei passaggi tra ospedale, RSA e domicilio.

Le cure palliative, dunque, non rappresentano soltanto un modello sanitario, ma anche un approccio culturale che mette al centro dignità, ascolto e qualità della vita, riconoscendo la fragilità come una condizione che richiede continuità, prossimità e accompagnamento lungo tutto il percorso di malattia.