Diritti ad ostacoli: quando per studiare, lavorare e vivere serve ancora un giudice

Il nuovo Rapporto dell’Università Statale di Milano fotografa una realtà inquietante: i diritti delle persone con disabilità esistono sulla carta, ma troppo spesso diventano concreti solo dopo una battaglia legale.

Per una famiglia che chiede le ore di sostegno previste per il proprio figlio, per un lavoratore che rischia il licenziamento senza adeguati accomodamenti, per una persona che attende un progetto di vita o l’eliminazione di una barriera architettonica, il percorso verso il riconoscimento dei propri diritti continua a essere disseminato di ostacoli.

È questa la fotografia che emerge dal Terzo Rapporto annuale dell’Osservatorio giuridico permanente Human Hall sui diritti delle persone con disabilità, realizzato dall’Università degli Studi di Milano.

Un lavoro che ha analizzato 2.019 pronunce pubblicate nel 2025 tra giurisprudenza italiana, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e Corte di Giustizia dell’Unione Europea, offrendo una delle più ampie ricognizioni disponibili sullo stato effettivo dei diritti delle persone con disabilità in Italia.

Un contenzioso che continua a crescere

Il dato più evidente riguarda la crescita esponenziale delle controversie.

Le 2.019 decisioni analizzate rappresentano quasi il doppio rispetto alle circa 1.100 esaminate nel rapporto precedente e oltre il doppio rispetto alle circa 800 del 2023.

Un aumento che può essere letto in due modi.

Da un lato segnala una maggiore consapevolezza dei propri diritti da parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

Dall’altro evidenzia una criticità strutturale: per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito automaticamente, sempre più cittadini sono costretti a rivolgersi ai tribunali.

La conseguenza è un sistema che scarica sulle persone il peso della tutela.

Tempo, costi, stress emotivo e complessità burocratiche diventano parte integrante dell’accesso ai diritti, in una contraddizione che colpisce soprattutto chi vive già condizioni di fragilità.

Scuola e lavoro: i fronti più critici

Oltre la metà dell’intero contenzioso riguarda due ambiti fondamentali per la partecipazione sociale: istruzione e occupazione.

Il diritto allo studio rappresenta il 36% delle decisioni analizzate, mentre il diritto al lavoro raggiunge il 20%.

Insieme costituiscono il 56% di tutte le controversie esaminate dal Rapporto.

Particolarmente allarmante è la situazione dell’inclusione scolastica.

Le principali problematiche riguardano la mancata redazione o applicazione del Piano Educativo Individualizzato (PEI), la carenza di insegnanti di sostegno e la mancanza di assistenti all’autonomia e alla comunicazione.

Ancora una volta i giudici ribadiscono un principio che dovrebbe apparire scontato: il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità non può essere sacrificato per ragioni di bilancio.

Sul fronte lavorativo emerge invece un elemento di grande interesse.

La giurisprudenza sta consolidando sempre più il principio dell’accomodamento ragionevole, previsto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

I tribunali considerano discriminatorio il licenziamento adottato senza aver prima cercato soluzioni organizzative compatibili con le condizioni del lavoratore e senza un’effettiva valutazione delle possibili alternative.

Si tratta di un passaggio culturale importante: l’inclusione non viene più interpretata come una concessione, ma come un obbligo giuridico che condiziona la legittimità delle decisioni del datore di lavoro.

Il caso Campania e il fenomeno del contenzioso seriale

Tra i dati più significativi emerge il forte squilibrio territoriale.

La Campania da sola concentra quasi un terzo dell’intero contenzioso nazionale.

Ancora più impressionante è il dato relativo alla scuola: delle 724 decisioni riguardanti il diritto allo studio, ben 441 provengono dai tribunali campani, ovvero oltre il 60% del totale nazionale.

Secondo il Rapporto, questo fenomeno evidenzia criticità sistemiche che richiedono un intervento istituzionale urgente.

Quando centinaia di famiglie sono costrette a ricorrere ai giudici per ottenere servizi essenziali, il problema non riguarda più singole situazioni, ma il funzionamento complessivo del sistema.

Progetto di vita, accessibilità e caregiver

Tra le questioni emergenti vi è quella del progetto di vita individuale, destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale con l’attuazione della riforma prevista dal decreto legislativo 62 del 2024.

La giurisprudenza conferma che i Comuni, insieme ai servizi territoriali competenti, hanno l’obbligo di predisporre il progetto di vita quando viene richiesto dalla persona interessata.

Il ritardo o l’inerzia possono perfino generare un danno risarcibile.

Importanti sviluppi si registrano anche sul fronte dell’accessibilità.

I tribunali tendono ad affermare la prevalenza del diritto all’accessibilità rispetto agli interessi economici condominiali, salvo specifiche esigenze di sicurezza o stabilità.

Cresce inoltre l’attenzione verso la rimozione delle barriere negli alloggi pubblici, nella mobilità e persino nella partecipazione politica.

Anche il ruolo dei caregiver continua a emergere nelle aule di giustizia.

Pur rappresentando una quota percentualmente inferiore del contenzioso, si rafforza il riconoscimento delle tutele contro le discriminazioni subite dai lavoratori che assistono familiari con disabilità.

Una questione di cittadinanza

Il Rapporto dell’Università Statale di Milano restituisce un messaggio chiaro.

Il problema principale non è l’assenza di norme.

Negli ultimi anni l’ordinamento italiano ed europeo ha prodotto strumenti sempre più avanzati per la tutela delle persone con disabilità.

La vera sfida resta la loro attuazione concreta.

Quando il diritto allo studio, al lavoro, all’accessibilità o alla vita indipendente può essere ottenuto solo dopo un ricorso, il rischio è che la giustizia diventi una scorciatoia obbligata per accedere alla cittadinanza.

Eppure i diritti, per definizione, dovrebbero essere esigibili senza dover affrontare una causa.

Le oltre duemila sentenze analizzate raccontano quindi due storie parallele.

Da una parte la crescita della consapevolezza e l’evoluzione positiva della giurisprudenza.

Dall’altra la persistenza di un sistema che continua a chiedere alle persone con disabilità uno sforzo supplementare per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a tutti.

È proprio in questo divario tra principio e realtà che si misura oggi la qualità della democrazia e la capacità delle istituzioni di trasformare i diritti riconosciuti in opportunità realmente accessibili.

Fonte:

https://libri.unimi.it/index.php/milanoup/catalog/book/314