DAL SILENZIO ALLA PAROLA RITROVATA: LA RINASCITA DI PAOLA NICOLAI DOPO L’AFASIA, TRA FRAGILITÀ, AMORE E NUOVE CONSAPEVOLEZZE

Dopo un ictus e l’afasia, Paola Nicolai ha ricostruito sé stessa trovando nella fragilità, nella scrittura e nell’amore per il suo cane Ugo una nuova forza vitale

Un giorno Paola ha perso tutto, ma non ha mai perso se stessa. Ha perso la parola, il filo delle frasi, il senso stesso del comunicare.

Ma ha trovato un’altra voce, più profonda, più vera. L’ha ascoltata nel silenzio, nei giorni densi di paura e smarrimento, nella lentezza di un recupero che è stato fisico, certo, ma anche spirituale.

“Avevo smesso di sorridere. Vedendomi oggi, questo non lo immagineresti mai.

Il paradosso: il sorriso è riaffiorato in un momento molto buio della mia vita. In quello stesso istante in cui ho rischiato di perdere tutto ciò che avevo, anche me stessa”.

“Ho ascoltato la mia voce” è il titolo del libro in cui ha scelto di raccontare la sua storia – ed è anche una dichiarazione d’intenti, un approdo conquistato con fatica, un messaggio di speranza per chi, come lei, si è ritrovato ad affrontare il buio dell’afasia.

Era l’ottobre del 2021 quando un ictus colpì Paola all’improvviso.

Una donna brillante, imprenditrice, abituata alle parole: quelle dette, scritte, pensate.

Nella sua agenzia di comunicazione a Milano, la parola era strumento, sostanza, mestiere.

Poi, d’un tratto, il vuoto.

“Una donna muta titolare di un’agenzia di comunicazione è come una pianista senza le mani, quasi un ossimoro!

Mi sembrava di parlare, ma non era così. Facevo fatica a formulare qualsiasi suono. Ero consapevole, lucida… ma prigioniera”.

L’afasia, infatti, è molto più di un disturbo linguistico. È una ferita invisibile che mina la capacità di comunicare, di condividere, di essere capiti.

Come spiega il suo neurologo, professor Jubin Abutalebi, si tratta di un disturbo che colpisce persone che prima dell’evento traumatico (come un ictus o una lesione cerebrale) avevano un uso normale del linguaggio.

Coinvolge le aree dell’emisfero sinistro del cervello, quelle deputate alla comprensione e produzione del linguaggio.

Ma non scalfisce in alcun modo l’intelligenza, né la capacità di provare emozioni.

Dietro il silenzio, resta viva la persona. Solo che nessuno, o quasi nessuno, riesce a vederla.

Eppure, da questa frattura profonda della sua anima, Paola ha tratto la forza per ricostruire sé stessa.

Ha scoperto che la comunicazione è molto più delle parole e che la voce più autentica può nascere anche dal silenzio.

In questo percorso di risalita, un ruolo decisivo lo ha avuto Ugo, il Piccolo Levriero Italiano che le è stato accanto come un custode silenzioso ma vigile.

“Difficile descrivere il coraggio che mi ha dato solo la presenza di Ugo, per consentire alla mia vita di ricominciare a scorrere.

Con lui non sono mai sola”.

“Ugo è stato il mio maestro”, scrive Paola.

“Mi ha insegnato il valore della presenza e della gratitudine”.

Non è solo la compagnia tenera di un cane, ma un legame che diventa forma di pet therapy, balsamo emotivo, ancora di senso.

Insieme hanno camminato, letteralmente e metaforicamente, lungo le strade di una nuova esistenza.

“Con lui non devo spiegare nulla, basta esserci.

Con lui ho imparato a camminare per le strade di ogni città e luogo, a lasciare che il vento mi accarezzi il viso e a godere della bellezza della natura.”

“Ho ascoltato la mia voce” non è solo una cronaca della malattia, ma un viaggio interiore che affonda le radici nella sofferenza e fiorisce nella consapevolezza. Un diario di emozioni, ricordi, pensieri sparsi che si compongono in una narrazione autentica e toccante.

“Non sono mai stata una donna che si arrende. Dovevo afferrare il filo dell’autostima e della fiducia in me stessa… anche se la titolare di un’agenzia di comunicazione non poteva più comunicare.”

Paola descrive la difficoltà di riconoscersi in uno specchio in cui l’immagine non coincide più con la propria identità.

Ma anche la gioia minuta delle piccole conquiste quotidiane, il calore degli affetti, la sorpresa degli incontri.

E la voglia di restituire qualcosa agli altri: parte del ricavato delle vendite del libro, disponibile su Amazon, sarà devoluto ad A.IT.A. Federazione, l’associazione che si occupa di sostenere le persone afasiche e i loro familiari in tutta Italia.

A.IT.A. – Associazione Italiana Afasici-con sedi regionali come quella di Milano, A.IT.A. Lombardia – promuove da anni la consapevolezza sull’afasia, offrendo supporto terapeutico e relazionale a chi ne è colpito.

L’obiettivo è combattere l’isolamento sociale e far comprendere che l’afasia non è sinonimo di inferiorità o disabilità mentale.

È un’altra forma di esistenza, un’altra grammatica della vita. In Italia si stimano circa 150.000 persone afasiche, con oltre 120.000 nuovi casi di ictus ogni anno. Eppure, il disturbo resta per lo più invisibile.

Nel suo percorso di guarigione, Paola ha maturato una nuova filosofia anche nel lavoro.

“L’afasia ha creato un’atmosfera sul lavoro che non avrei mai creduto possibile…

L’obbligo di rallentare, di delegare, ha coinvolto e motivato il mio team.”

Il suo rapporto con le parole è profondamente cambiato.

“Parlavo, parlavo, parlavo.

E non ascoltavo. Ora parlo meno. E quando lo faccio, le persone devono prestare la massima attenzione alle mie parole”.

“Un amico mi ha detto che sono più sensuale adesso, perché parlo meno di prima, do più valore alle parole. Questo seduce, perché le persone non sono abituate a essere ascoltate.”

In questo contesto, la voce di Paola risuona come un richiamo: all’ascolto, alla solidarietà, al rispetto. È un invito a cambiare sguardo, a rallentare il passo, ad accogliere la diversità.

Il suo libro – presentato in numerose città italiane, da Milano a Perugia, da Ancona a Riomaggiore – è diventato un piccolo caso editoriale e, soprattutto, umano. Perché in ogni pagina si avverte la verità di chi ha attraversato il dolore senza farsi travolgere, trasformandolo in risorsa.

“Oggi sono lenta. E la lentezza ha fatto sì che la mia vita diventasse più piena, più autentica. La nuova Paola deve tutto questo a ciò che le è successo.”

“È tutto un grande viaggio. La meta è bella, ma è il viaggio che conta. Il viaggio e tutte le persone che si incontrano.

Anche un libro che ti dà la sensazione di essere capita, compresa, non sola, è un grande aiuto.”

Alla fine, proprio come racconta lei, il bilancio della vita deve essere in equilibrio: gioia e dolore, luce e ombra, parole perse e parole ritrovate.

In mezzo, c’è il coraggio di continuare a camminare. Magari con un piccolo levriero accanto, e la consapevolezza che ogni passo, anche il più incerto, può essere una forma di rinascita.

immagine di copertina: NIC nuove idee di comunicazione