Dal Niguarda di Milano un modello che rimette al centro relazioni, comunicazione e cura integrale.
Parte la campagna nazionale “H for Human” per portare le medical humanities nelle terapie intensive italiane.
In un luogo in cui la tecnologia segna spesso il confine tra la vita e la morte, c’è una dimensione che continua a fare la differenza: l’umanità.
È da questa consapevolezza che prende forma “H for Human”, il progetto nato all’interno della Terapia Intensiva dell’Ospedale Niguarda, oggi al centro di una nuova campagna di raccolta fondi con l’obiettivo di consolidare e diffondere un modello di cura che integra competenze cliniche e relazionali.
La terapia intensiva è uno spazio sospeso, regolato da protocolli rigorosi, macchinari sofisticati e tempi serrati.
Ma è anche un luogo di separazione: dagli affetti, dalla quotidianità, dalla propria identità.
Qui, più che altrove, il rischio è che la persona venga ridotta a caso clinico.
“H for Human” nasce proprio per contrastare questa deriva, proponendo un approccio che riconosce nella relazione un elemento terapeutico essenziale.
Promosso da Wamba e Athena ETS, con il sostegno di ITA2030, il progetto ha preso avvio nel 2016 e, negli anni, ha già prodotto risultati tangibili: circa 400 pazienti seguiti ogni anno insieme alle loro famiglie, un’équipe composta da 27 medici, 30 infermieri e 10 specializzandi coinvolti in un percorso di formazione continua che affianca alla competenza tecnica una solida preparazione comunicativa ed emotiva.
Il cuore del modello è rappresentato da tre direttrici operative: la centralità del paziente nel suo contesto affettivo, la cura di chi cura e la diffusione delle medical humanities come strumento clinico e culturale.
In questa prospettiva, l’apertura del reparto alle visite per un arco temporale esteso – dalle 15 alle 21 – segna un cambio di paradigma significativo, ancora oggi adottato solo da una minoranza delle terapie intensive italiane.
Accanto a questo, è stato strutturato un servizio di supporto psicologico continuativo rivolto ai familiari, con la presenza di una psicologa in reparto e la possibilità di attivare percorsi di accompagnamento personalizzati, anche nei momenti più delicati.
Il progetto include inoltre programmi di sostegno al lutto, con percorsi psicoterapici gratuiti per i parenti e una formazione specifica per il personale sanitario sulla comunicazione delle cattive notizie.
Un altro pilastro è rappresentato dalla formazione interna.
“Curare chi cura” non è uno slogan, ma una pratica concreta: gruppi di confronto, supervisione dei casi clinici ad alto impatto emotivo, strumenti per prevenire il burnout e rafforzare la capacità di gestione della relazione con pazienti e familiari.
In un contesto ad alta intensità come la rianimazione, la tenuta emotiva degli operatori diventa infatti parte integrante della qualità della cura.
“Nel nostro lavoro la tecnologia è indispensabile, ma non può sostituire la relazione”, spiega Giampaolo Domenico Casella, direttore di Anestesia e Rianimazione del Niguarda e referente del progetto.
“Dopo ogni emergenza, noi torniamo alla nostra vita.
Ma c’è chi resta, ogni giorno, accanto a chi ha bisogno.
Ed è lì che si gioca la vera sfida: mantenere viva l’umanità dentro la cura”.
Per sostenere e ampliare questa esperienza, è stata lanciata una campagna sociale di raccolta fondi, ideata da Sky Creative Agency e diffusa su reti televisive nazionali, tra cui Sky, Mediaset e Rai.
Il progetto è supportato dalla piattaforma “Dona Italia” di Nexi, che consente di contribuire attraverso un sistema digitale accessibile, anche tramite QR code.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: trasformare “H for Human” da esperienza locale a modello replicabile su scala nazionale.
In un sistema sanitario spesso sotto pressione, dove la dimensione relazionale rischia di essere sacrificata sull’altare dell’efficienza, questa iniziativa propone una visione alternativa, in cui la qualità della cura passa anche – e soprattutto – dalla qualità dell’incontro tra medico e paziente.
Le medical humanities, in questo scenario, non rappresentano un elemento accessorio, ma una vera e propria infrastruttura culturale della medicina contemporanea.
Integrare saperi umanistici, ascolto, narrazione e consapevolezza emotiva significa restituire complessità alla pratica clinica, riconoscendo che ogni intervento sanitario è, prima di tutto, un atto umano.
“H for Human” dimostra che un’altra terapia intensiva è possibile: più aperta, più consapevole, più giusta.
Una terapia in cui la tecnologia non esclude la relazione, ma la sostiene.
E in cui l’umanità non è un valore aggiunto, ma la condizione minima per poter parlare davvero di cura.





