Malattia di Fabry, la campagna “She SpeaXX” rompe il silenzio sulle donne invisibili

Diagnosi tardive, sintomi sottovalutati e un carico invisibile: la medicina di genere entra nel cuore delle malattie rare

Per anni considerate “portatrici sane”, spesso escluse dal perimetro della diagnosi e della cura, oggi le donne con Malattia di Fabry tornano al centro del discorso clinico e sociale.

Lo fanno con voce propria, grazie a “She SpeaXX”, la campagna promossa da Chiesi Global Rare Diseases insieme all’Associazione Italiana Anderson-Fabry, presentata con un obiettivo chiaro: colmare un ritardo diagnostico che, nelle donne, può arrivare fino a vent’anni.

Una malattia genetica, una lettura distorta

La malattia di Fabry è una patologia rara legata al cromosoma X, causata dal deficit dell’enzima alfa-galattosidasi A.

Questo squilibrio determina un accumulo progressivo di glicosfingolipidi nei tessuti, con conseguenze multisistemiche che coinvolgono rene, cuore e sistema nervoso.

Eppure, per lungo tempo, la narrazione clinica ha relegato le donne a una posizione marginale.

Un errore interpretativo che ha inciso profondamente sulla loro storia sanitaria.

Oggi si stima che fino all’80% delle donne portatrici sviluppi manifestazioni cliniche, spesso eterogenee e tardivamente riconosciute.

Diagnosi tardiva e medicina di genere

Il nodo centrale è proprio questo: il ritardo diagnostico.

Nelle donne, l’identificazione della malattia avviene frequentemente solo in seguito a screening familiari, partendo da un caso maschile già conclamato.

Una dinamica che evidenzia un bias strutturale nella medicina, ancora poco attrezzata a leggere le differenze di genere nelle patologie rare.

La variabilità dei sintomi — dal dolore neuropatico ai disturbi cardiaci, fino al coinvolgimento renale — rende il quadro clinico complesso e spesso confuso con condizioni comuni o con fattori psicologici.

Il risultato è una sottodiagnosi sistemica, che ritarda l’accesso alle terapie e aumenta il rischio di danni irreversibili.

Il corpo femminile come terreno complesso

Nelle donne, la malattia di Fabry si intreccia con le diverse fasi della vita: adolescenza, maternità, menopausa.

Non si tratta solo di una questione clinica, ma di una condizione che attraversa identità, relazioni e progettualità.

Il coinvolgimento cardiaco, ad esempio, può manifestarsi con ipertrofia ventricolare e fibrosi miocardica, spesso in età più avanzata rispetto agli uomini.

Analogamente, il danno renale evolve in modo progressivo, passando dalla microalbuminuria all’insufficienza renale terminale se non intercettato in tempo.

In questo scenario, la diagnosi precoce non è solo un obiettivo sanitario, ma una leva di equità: significa garantire alle pazienti la possibilità di intervenire prima che il danno diventi strutturale.

Terapie e presa in carico: verso la personalizzazione

Negli ultimi anni, lo scenario terapeutico è cambiato.

Alla terapia enzimatica sostitutiva si affiancano approcci più mirati, come la terapia chaperonica e nuove strategie di supporto che puntano alla stabilizzazione degli organi coinvolti.

Ma la vera sfida è organizzativa: costruire percorsi di presa in carico multidisciplinari, capaci di integrare competenze cardiologiche, nefrologiche, neurologiche e psicologiche.

Il monitoraggio costante diventa così uno strumento essenziale per prevenire le complicanze e migliorare la qualità della vita.

Il peso invisibile: tra malattia e cura degli altri

Accanto alla dimensione clinica, emerge con forza quella sociale.

Le donne con malattia di Fabry vivono spesso una doppia condizione: pazienti e caregiver allo stesso tempo.

Assistono figli, genitori, familiari coinvolti dalla stessa patologia genetica, sostenendo un carico emotivo che raramente viene riconosciuto.

A questo si aggiunge il senso di colpa legato alla trasmissione ereditaria, una dimensione psicologica che amplifica il peso della malattia e rende ancora più urgente un approccio integrato alla cura.

Dare voce, cambiare paradigma

È qui che si inserisce “She SpeaXX”.

Non solo una campagna di sensibilizzazione, ma un tentativo di ridefinire il paradigma: passare da una medicina neutra — che neutra non è — a una medicina consapevole delle differenze.

Informare, rendere visibili i sintomi, facilitare il dialogo con i medici, promuovere un ruolo attivo delle pazienti: sono questi gli strumenti con cui la campagna intende trasformare il silenzio in consapevolezza.

Perché nella malattia di Fabry, come in molte condizioni rare, il primo ostocolo non è solo biologico. È culturale.

E finché le donne continueranno a essere considerate eccezioni, la diagnosi resterà un traguardo lontano.

“She SpeaXX” prova a colmare proprio questa distanza: tra ciò che si sa e ciò che si riconosce, tra ciò che si vede e ciò che si ascolta.

Una distanza che, per molte donne, ha già avuto un costo troppo alto.

Immagine di copertina: Comunicazione Comesrl