Dalla testimonianza olimpica di Francesca Lollobrigida alle pratiche paralimpiche aperte al pubblico: a Bologna lo sport si afferma come leva culturale, sanitaria e sociale.
A Bologna, tra padiglioni, tecnologie e incontri istituzionali, lo sport smette di essere solo performance e torna alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza.
È questo il messaggio che emerge con forza da Exposanità 2026, dove atleti, istituzioni e mondo paralimpico condividono una visione integrata del benessere.
La scena è quella del Padiglione 16, ma il significato è più ampio: non una semplice dimostrazione sportiva, bensì un dispositivo culturale che ridefinisce il rapporto tra corpo, cura e diritti.
La centralità della salute: la voce di Francesca Lollobrigida
A dare profondità al dibattito è la testimonianza di Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica e protagonista dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il suo intervento introduce un elemento spesso rimosso nella narrazione sportiva: la vulnerabilità.
“Lo sportivo è prima di tutto una persona”, sottolinea, riportando la salute al centro del percorso atletico.
Non come condizione accessoria, ma come infrastruttura essenziale della performance e della vita.
Il riferimento al supporto tecnologico e medico non è secondario: segnala come oggi il confine tra sanità e sport sia sempre più poroso.
Innovazione, riabilitazione e preparazione atletica convergono in un ecosistema unico, dove la cura diventa parte integrante del risultato.
Dal paradigma riabilitativo a quello agonistico
È però nel cuore dell’area paralimpica che il cambio di paradigma appare più evidente.
Sitting volley, tennis in carrozzina, blind tennis, baseball per non vedenti, scherma, tiro con l’arco, tennis da tavolo e arti marziali non sono solo discipline, ma linguaggi attraverso cui si afferma un’idea precisa di accessibilità.
Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte attiva.
Trasformare la conoscenza in esperienza diretta è una scelta precisa: il pubblico può provare, sperimentare e mettersi in gioco.
Melissa Milani, presidente del Comitato paralimpico dell’Emilia-Romagna, esplicita il passaggio culturale in atto: lo sport paralimpico non è più percepito come attività residuale o riabilitativa, ma come ambito agonistico ad alto livello.
Questa evoluzione ha implicazioni politiche: significa riconoscere alle persone con disabilità il diritto pieno allo sport come dimensione strutturale della cittadinanza.
Inclusione come pratica: l’Open Day INAIL
A rafforzare questa lettura interviene l’Open Day promosso da INAIL Emilia-Romagna, con circa novanta partecipanti coinvolti in attività sportive adattate.
Non si tratta di intrattenimento, ma di un modello operativo di inclusione, dove lo sport diventa strumento di recupero, autonomia e relazione.
In questo contesto, la parola “riabilitazione” cambia significato: non più solo ritorno a una condizione precedente, ma costruzione di nuove possibilità.
Una lettura sistemica: sport, salute, diritti
Exposanità 2026 si configura così come un laboratorio culturale per ridefinire le categorie attraverso cui leggiamo salute e disabilità.
Emergono tre direttrici principali: l’integrazione tra sport e sanità, l’accessibilità come condizione imprescindibile e il riconoscimento del valore agonistico dello sport paralimpico.
In filigrana, si intravede una questione più ampia: il diritto al corpo.
Un diritto che riguarda la possibilità di esprimersi, competere, fallire e migliorare.
Oltre l’evento: quale eredità?
La sfida è trasferire queste pratiche nella quotidianità: nelle scuole, nei territori e nelle politiche pubbliche.
Senza strutture accessibili, investimenti e visione politica, lo sport resta un’opportunità per pochi.
Exposanità lancia un segnale chiaro: l’inclusione non è un progetto collaterale, ma un criterio di sistema.
E lo sport — quando è davvero accessibile — diventa uno dei suoi strumenti più potenti.





