Per non dimenticare: “Data mi fu soave Medicina” il nuovo libro di Giampiero Corelli fotoreporter ravennate

Giampiero Corelli – fotoreporter ravennate –

Iscritto all’albo dei giornalisti come fotoreporter, esercita da oltre vent’anni, dapprima al quotidiano Messaggero, poi al Resto del Carlino, collaborando con diverse testate giornalistiche ed agenzie fotografiche nazionali e locali.

Giampiero Corelli nasce a Sant’Alberto (Ra) nel 1964, attualmente vive e lavora a Ravenna.

In tutti i suoi lavori si scorge inesorabilmente la propensione alla ricerca, che si estrinseca in una meticolosa esplorazione delle dinamiche sociali e delle relazioni del singolo individuo facente parte della comunità.

Un’indagine compiuta mediante la tecnica propria del fotoreporter e del ritratto che sfocia nella rappresentazione artistica del vivere e del morire.

Grazie ad alcune esperienze dai tratti internazionali, tra cui un viaggio in India, Corelli ha avuto modo di osservare e toccare con mano situazioni di forte impatto empatico, come quella degli ammalati di lebbra nelle strutture ospedaliere che, insieme ad altri contesti di particolare emotività da questi vissuti, sono stati oggetto di numerosi reportage sulla vita dei bambini ed adolescenti nella società contemporanea.

Questi han dato vita alla nota mostra fotografica “Bimba mia-Bimbo mio”.

È racente la suggestiva esposizione fotografica di Giampiero Corelli “Dante Esule”, che si è collocata all’interno delle rassegne culturali dedicate alle celebrazioni dantesche, che termineranno nel 2021.

Scatti, attraverso cui l’autore cattura le più sottili sfumature dell’animo umano, sentimenti quali la solitudine, lo smarrimento nei volti di persone semplici, esuli dalla loro terra, dalle loro radici e dal loro essere.

Volubilita dell’animo umano che Corelli coglie negli sguardi delle persone raffigurate nelle pagine del lavoro, nelle quali rieccheggia, ancora una volta, il tema del vivere e del morire.

Un corrimano del vecchio ingresso di via Missiroli; un giovane papà con mascherina che reca con sé la culla del suo bambino; il parcheggio dei taxi vuoto; sparute biciclette abbandonate; via Nigrisoli e via Port’Aurea, immense “autostrade” desolate; e nel fondo pare addirittura potersi scorgere il mare.

Sono alcune delle immagini ritratte in “Data mi fu soave Medicina”, sottotitollo covid 19, metafora del lockdown, raffigurata sulla copertina del nuovo libro, dal titolo dantesco, del fotoreporter Giampiero Corelli.

Volume fotografico realizzato durante l’emergenza del coronavirus che ha messo a dura prova fisica e psicologica il mondo intero, sospendendo nell’incertezza le nostre vite.

Lo smarrimento che si respirava in quei giorni di paura per le vie deserte della città, il suo silenzio irreale, ma soprattutto l’atmosfera che aleggiava all’interno dell’ospedale di Ravenna, divenuto improvvisamente protagonista della città.

L’opera affronta tematiche sociali – come ci dice Corelli – situazioni che coinvolgono sopratutto l’essere umano e le donne, in particolare.

L’attenzione dell’autore si sofferma nel cristallizzare la drammaticità di quei momenti, documentando un particolare periodo storico del nostro Paese.

Da qui la scelta di prediligere la tecnica del bianco e nero che dà maggiore risalto al pathos realmente tangibile in scatti assolutamente vividi, che conferisce plasticità ai volti che ne sono oggetto.

Il doppio ritratto, con e senza mascherina, tecnica che permette all’artista di raccontare il dentro ed il fuori, il corpo e lo spirito e dar così un’identità a volti altrimenti inespressivi.

E se la mascherina è elemento necessario e indispensabile dei nostri giorni, la candela è invece simbolo dip speranza.

Difatti i protagonisti del libro sono ritratti con una candela accesa fra le mani:

“Nel momento di smarrimento e di massima incognita –prosegue lo stesso Corelli – la candela è diventato il simbolo della luce e della riflessione”.

Da cosa trae origine la paura di dar vita a questa sua pubblicazione?

“La paura c è stata quando mi recavo in ospedale e sopratutto in terapia intensiva o infettivi e tornavo a casa ed i miei familiarii mi chiedevano se fossi sicuro di quello che stavo facendo, potevo anche mettere a rischio la mia famiglia anche se hanno sempre sostenuto la mia scelta, il mio lavoro”.

Duecento fotografie per non dimenticare, un omaggio a tutti coloro che hanno vissuto in prima linea la pandemia, medici, infermieri, operatori sanitari, per fermare nel tempo e nello spazio immagini di una città fantasma che si è ritrovata improvvisamente in un baratro mai conosciuto, privata della sua stessa anima.

Il libro, pubblicato dall’editore Danilo Montanari con la collaborazione della Direzione Medica del Santa Maria delle Croci di Ravenna, con il patrocinio del Comune ed il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e di altri fautori che hanno dato il loro prezioso contributo al progetto, contiene immagini corredate da alcuni testi firmati da artisti come Michele Smargiassi, Nevio Spadoni ed Eugenio Baroncelli.

“Iniziere un progetto e portalo a termine è sempre difficile oltretutto – continua Corelli – alle fotografie che sono la parte prinvipale del libro, ci sono l’ourganizzazione del progetto, i contatti, la ricerca dei finanziamenti, la determinazione di arrivare alla fine.

Non è stato semplice, per me che sono più avvezzo a scattare fotografie, gestire l’aspetto organizzativo”.

L’opera “Data mi fu soave Medicina” prelude alla mostra che sarà allestita il prossimo settembre a Palazzo Rasponi dalle Teste, rassegna nella quale sarà possibile lasciarsi meravigliare piacevolmente dall’ammirare gli scatti in bianco e nero di Corelli.


Mirella Madeo

Giornalista pubblicista ed Avvocato, disabile. Ho 50 anni e vivo a Ravenna.

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