Un filo sospeso tra buio e luce

La lotta di Margherita contro l’anoressia: il viaggio verso la rinascita

Ci sono storie che nascono dal dolore ma sbocciano nella speranza.

Sono storie di caduta e risalita, di sconfitte che si trasformano in vittorie, di buio che lascia spazio alla luce. Quella di Margherita è una di queste.

Nel suo libro Un filo sospeso, racconta con lucidità e coraggio gli anni trascorsi a combattere l’anoressia, il rapporto con la famiglia, i ricoveri nelle strutture riabilitative, ma soprattutto il lungo e faticoso cammino per riprendere in mano la sua vita.

«Ho scritto la mia esperienza per aiutare coloro che stanno vivendo la stessa situazione.

I disturbi alimentari sono la conseguenza, non la causa del problema».

Oggi, a ventun anni, studia a Madrid e guarda al futuro con la consapevolezza di chi ha attraversato l’inferno e ne è uscita più forte.

Un filo sospeso tra due mondi

Emma, il nome che l’autrice sceglie per sé nel libro, scritto in terza persona, ha diciassette anni quando sale su un aereo diretto in Italia.

Sta tornando dal Brasile, dove ha vissuto per quattro anni, gli anni più felici della sua vita.

Ma ora tutto è cambiato.

In Italia la scuola è diversa, le amicizie sembrano più difficili da costruire e il senso di estraneità si fa ogni giorno più pesante.

«Se prendi brutti voti, a loro non importa e pensano che sia tu il problema».

Il bisogno di controllo

Emma non ne parla con nessuno. Non vuole preoccupare i suoi genitori, perché tanto sa che non potrebbero cambiare la situazione.

E così comincia a chiudersi in sé stessa, a smettere di sorridere, a spegnersi lentamente.

Ma ha bisogno di un’ancora, di qualcosa su cui avere il controllo. E trova l’unica cosa che può davvero gestire da sola: il suo peso.

Basta mangiare un po’ meno, saltare qualche pasto, ignorare la fame. Poi un po’ meno ancora.

Pelle e ossa

Va avanti così per due anni. I genitori si accorgono troppo tardi che la situazione è grave.

L’anoressia l’ha consumata, le ha rubato la forza, il sorriso, la voglia di vivere. È pelle e ossa.

Iniziano i ricoveri, i dottori, la psicoterapia. Ma è un percorso tortuoso, fatto di mezze verità e rifiuti.

Finché arriva il momento in cui non può più scappare: viene ricoverata in una comunità a Bologna.

Il risveglio

La strada per la guarigione non è immediata. Emma deve imparare di nuovo a vivere, a fidarsi, a lasciarsi aiutare.

Poi, una mattina, qualcosa cambia.

Un pensiero le attraversa la mente: non posso andare avanti così.

Giorno dopo giorno, Emma riscopre il piacere di ridere, di chiacchierare con gli amici, di trascorrere del tempo con la sua famiglia.

E un giorno, davanti a un piatto di cibo, capisce che non ha più paura.

Che quel mostro che la divorava sta diventando sempre più piccolo.

Che lei non è, e non è mai stata, la sua malattia.

Un messaggio di speranza

Oggi, Margherita vuole che la sua storia diventi un faro per chi sta vivendo lo stesso dolore.

Ha raccontato tutto in Un filo sospeso, con le pagine del suo diario, con la voce della sua famiglia, con la testimonianza di chi l’ha aiutata a salvarsi.

Non è stato facile, e non lo è nemmeno oggi.

Ma sa che la sua esperienza può fare la differenza.

Perché nessuno dovrebbe sentirsi solo nella lotta contro i disturbi alimentari.

Perché guarire è possibile.

E soprattutto, perché «i disturbi alimentari sono la conseguenza, non la causa del problema».

Guardare oltre la malattia, capirne le radici più profonde, è il primo passo per liberarsene.

Immagine di copertina: Ufficio Stampa Comunicazione