VARIANTI E VACCINO: LA TERZA DOSE PER I PIÙ FRAGILI SERVE DAVVERO?

Il costante aumento dei contagi dovuti al rapido diffondersi della variante Delta della COVID-19, ha acceso il dibattito sull’eventuale somministrazione di una terza dose di vaccino e, mentre Israele offre una terza dose a tutti i cittadini sopra i 12 anni e gli Stati Uniti hanno annunciato il richiamo per tutti, in Italia l’Aifa ha dato il suo parere positivo a procedere già da fine mese con la terza dose. Si inizierà con gli immunodepressi per poi proseguire con l’immunizzare i dipendenti delle RSA e gli over ottantenni.

Nei giorni scorsi, la casa farmaceutica Pfizer ha affermato di essere in possesso di dati, sottoposti al vaglio di Ema (Agenzia europea del farmaco) e Fda (Food and Drug Administration), che dimostrerebbero come nel tempo l’efficacia del vaccino diminuisca sensibilmente, rendendo necessario un ulteriore richiamo, da sei mesi a un anno dopo la seconda dose.

Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, pur prediligendo la strada della prudenza, apre però alla possibilità di considerare una rivaccinazione entro l’anno per persone più fragili ed anziani.

Linea condivisa da Silvio Brusaferro, portavoce del Comitato tecnico-scientifico e presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e da Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio Superiore di Sanità che, in occasione dell’evento Life Sciences Pharma&Biotech, ha dichiarato che ad oggi non ci sono comprovate evidenze riguardo a quanto duri la risposta immunitaria alla vaccinazione contro il Sars-CoV-2.

Per cercare di fare chiarezza sulla questione, abbiano sentito il parere del dottor Alberto Maraolo, infettivologo all’ospedale Cotugno di Napoli.

Qual è in generale, la situazione vaccinale delle categorie più fragili?

«In Italia l’80% della mortalità collegata a COVID-19 si concentra negli over 70. Al 7 di settembre vi è ancora una quota di soggetti che non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino: l’8,37% delle persone tra i 70 e i 79 anni, il 4,74% delle persone tra gli 80 e gli 89 anni, lo 0,02% degli over 90, a cui si aggiunge un 2-3% in queste tre fasce di vaccinati ancora “non completi”. Questo è un serbatoio ad alto rischio di malattia grave».

In cosa consiste esattamente la variante Delta?

«I virus cambiano costantemente mentre si diffondono, mediante mutazioni del loro codice genetico. Ciò dà luogo a formazione di “varianti”, forme differenti rispetto al virus originale.

Alcune magari sono associati a difetti di qualche tipo che rendono il virus meno efficiente nel replicarsi, e pertanto la loro diffusione nella popolazione si ferma molto rapidamente.

Le cosiddette “varianti di interesse” (“variants of concern”, VoC) sono quelle caratterizzate da una o più mutazioni che permettono al virus di infettare e trasmettersi più facilmente, di esserepiù resistente alle terapie, di evadere la risposta immunitaria dei vaccini. La variane Delta, nata in India nel 2020, è una VoC».

Cosa la caratterizza rispetto alle altre varianti del virus?

«La variante Delta è almeno due volte più contagiosa delle precedente varianti, determinando malattia più grave rispetto alle altre forme del virus in soggetti non vaccinati.

Nei vaccinati, l’infezione è possibile, ma la malattia grave è molto meno probabile. La carica virale può essere simile a quella dei non vaccinati, ma decade più rapidamente».

Perché si rende necessario procedere alla somministrazione della terza dose per i fragili?

«Come riportato dal recente documento della massima autorità epidemiologica europea, l’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control), alla luce dei dati emergenti sulla risposta immunitaria debole o assente in persone affetti da immunodepressione, si può considerare la somministrazione di una dose supplementare, non tanto come richiamo quanto come estensione della schedula primaria.

Anche per altre malattie, come l’epatite B, sono previste dosi vaccinali addizionali nei non-responder.

Considerando l’elevata morbilità e mortalità nei soggetti fragili per età o comorbidità di SARS-CoV-2, specialmente nella sua attuale forma (variante Delta), tentare di fornire una protezione maggiore nelle persone vulnerabili è fondamentale».

Per quale ragione, nel valutare l’opportunità o meno di effettuare un ulteriore immunizzazione, ci si orienterà sui composti basati sulla tecnologia dell’Rna messaggero?

«Come ampiamente noto, molti governi europei si sono orientati già in primavera su vaccini basati sulla tecnologia dell’mRNA, in ragione degli eccellenti risultati in termini di efficacia e sicurezza emersi fin dai trial clinici. I vaccini a vettore adenovirale sono stati penalizzati dalla pubblicità negativa legata ad alcuni casi di reazioni avverse gravi in giovani donne.

In termini assoluti questi casi sono stati rari, ancor di più in termini relativi considerando l’elevatissimo numero di dosi somministrate. I

noltre, qualunque tipo di vaccino può determinare sporadicamente effetti collaterali importanti, peraltro meno frequentemente di farmaci quali chemioterapici e altri anche da banco.

Tuttavia, l’impatto mediatico è stato tale che, complice una maldestra gestione comunicativa da parte delle autorità competenti, si è deciso di mettere al momento da parte questa pur promettente tecnologia, quella del vettore adenovirale, favorendo i vaccini a RNA».

Come mai, in relazione ai correlati di protezione del vaccino, persone con livelli di anticorpi elevatissimi si ammalano ugualmente?

«Bisogna precisare che al momento non è ancora noto con esattezza il correlato di protezione contro SARS-CoV-2, elicitato dall’infezione naturale o dalla vaccinazione.

Per correlato di protezione si intende un parametro misurabile quantitativamente che ci permette di definire la protezione nei confronti di infezione o malattia al di sopra di una certa soglia.

L’elemento più facile da misurare è dato dagli anticorpi anti-Spike, tuttavia non è ancora stabilito il valore superato il quale la protezione è molto elevata.

Il sistema immunitario è una macchina complessa e non solo gli anticorpi partecipano alla risposta ai patogeni. Intuitivamente avere un titolo alto di anticorpi è rinfrancante ma non esclude la possibilità di malattia, seppur attenuata.

Verosimilmente, gli anticorpi neutralizzanti rappresentano ciò che più si avvicina a un correlato di protezione: essi sono quegli anticorpi capaci di neutralizzare qualunque effetto biologico del virus».

Esistono evidenze e statistiche scientifiche che rendono possibile affermare con certezza che il richiamo possa far aumentare il titolo di anticorpi neutralizzanti?

«Vi sono già esperienze descritte in letteratura sull’utilità della terza dose in determinate categorie. Come affermato anche dall’ECDC, occorrono comunque dati più robusti per dare sostanze alle campagne per la terza dose, al fine di caratterizzare meglio i correlati di protezione e il timing delle dosi aggiuntive».

Tratto da Medora Magazine

Mirella Madeo

Giornalista pubblicista ed Avvocato, disabile. Ho 50 anni e vivo a Ravenna.

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