Gli esosomi delle cellule staminali offrono nuove prospettive nella cura dell’Alzheimer

Gli esosomi derivati dalle cellule staminali rappresentano un campo di ricerca promettente nel trattamento della neurodegenerazione e della patogenesi dell’Alzheimer.

È quanto emerso da uno studio, pubblicato recentemente su Nature, prestigiosa rivista scientifica, secondo il quale gli anticorpi monoclonali svolgerebbero un ruolo cruciale nella comunicazione intercellulare, tale da influenzare positivamente il contesto neuroinfiammatorio ed i percorsi molecolari associati all’Alzheimer.

Una scoperta dagli sviluppi entusiasmanti nella lotta contro questa malattia, che impone tuttavia sottolineare che la ricerca in questo campo è ancora in corso, e che il trattamento dell’Alzheimer con esosomi è, a tutt’oggi, oggetto di ulteriori studi clinici.

Professor Giovanni Frisoni, Direttore del Centre de la mémoire, Geneva University Hospital, Professor in Clinical Neurosciences, University of Geneva

Incontriamo il Professor Giovanni Frisoni, Direttore del Centre de la mémoire, Geneva University Hospital, Professor in Clinical Neurosciences, University of Geneva, che ci illustrerà nello specifico come esordisce la patologia, come approcciarsi con chi ne è colpito e qual è il futuro che si prospetta per quanto concerne la cura, senza tralasciare di esprimere il suo parere su questo studio.
Che cosa è l’Alzheimer?
“L’Alzheimer è una patologia cerebrale che si caratterizza per una serie di eventi, la cosiddetta cascata dell’amiloide, che inizia con la deposizione nel cervello di questa proteina che viene prodotta normalmente, ma che ad un certo punto della vita, diventa collosa, i cui filamenti si attaccano gli uni gli altri formando dei grumi tossici.

Questo primo evento è seguito da uno ancor più importante che provoca la modificazione chimica della proteina stessa che tiene compatta “l’impalcatura” del neurone della proteina tau, in quella che è comunemente nota come fosforilazione di tau.

Il suo indebolimento strutturale fa sì che la connessione metabolica tra il corpo della cellula neuronale della proteina con la sua periferia si deteriori, cagionando la perdita delle sinapsi, ossia dei “bottoni” chimici che consentono la comunicazione tra i neuroni.

Si verifica, dunque, una degenerazione delle cellule nervose (da cui la denominazione di malattie neurodegenerative) che nelle sue prime fasi è asintomatica.

Solo dopo dieci o quindici anni dall’esordio della cascata dell’amiloide, se ne manifestano i sintomi come la perdita della memoria e dell’autonomia nelle attività della vita di tutti i giorni, come sa bene chi ha avuto un proprio caro o un amico che ne è stato colpito”.


Perché ci priva dei nostri ricordi?


“In realtà, la degenerazione di cui parlavo poc’anzi, almeno agli inizi della patologia, non riguarda i vecchi ricordi che rimangono preservati, ma colpisce il circuito del cervello che consolida i nuovi ricordi.

Infatti, le persone con Alzheimer sono colpite dalla perdita di memoria a breve termine e non di quella a lungo termine.

E’ solo con l’evolvere della malattia che l’accesso ai vecchi ricordi diventa dapprima difficile e successivamente i vecchi ricordi vengono completamente cancellati”.

Come ci si deve comportare con una persona che ne è colpita e quali sono invece i comportamenti da evitare?
“Spesso quando ci si accorgea che un proprio congiunto comincia ad avere dimenticanze importanti, si pensa che questi sia disattento o disinteressato o che non metta comunque il dovuto impegno in ciò che fa.

Un comportamento disadattivo che si è portati ad assumere in questi casi, è lo svalutare l’altro per la sua disattenzione, il suo disinteresse, anomalie che dipendono invece dalla difficoltà del paziente a consolidare nuovi ricordi.

Essendo un processo di lenta evoluzione, che si sviluppa su un substrato di dimenticanze fisiologiche che ciascuno di noi normalmente ha, può risultare difficile capire che quello è probabilmente un campanello d’allarme.

Una persona che ha dei vuoti di memoria importanti, come ad esempio può essere il non ricordare la visita di un figlio avvenuta solo il giorno prima, non vuol sentirsi derisa per questo, ma ha bisogno al contrario di essere rassicurata e sostenuta da parte di un proprio congiunto” (comportamento cosiddetto adattivo).

Vi sono analogie con la demenza?

L’Alzheimer è una forma di demenza e la demenza è una famiglia di malattie.

Si contano circa cinquanta forme di demenza, la più frequente delle quali è la demenza di Alzheimer.

Tecnicamente la demenza è la perdita delle capacità cognitive, come ad esempio, la perdita di memoria, accompagnata dalla perdita delle funzioni più elementari della vita quotidiana, come il non essere in grado di pagare le bollette, di svolgere le faccende domestiche, ecc…

La demenza è ormai diventato un termine desueto, in quanto oggi siamo in grado di diagnosticare l’Alzheimer in una fase pre demenza, anche in presenza di sintomi molto lievi, che nel giro di qualche anno, sfociano nella perdita di gestire la quotidianità e quindi in una vera e propria demenza”.

Ci sono terapie valide a contrastarne il processo degenerativo?

“È acclarato che i pazienti che assumono i farmaci attualmente a nostra disposizione hanno performances cognitive superiori rispetto a quelli che non li prendono.

I farmaci possono ritardare il progredire della malattia di circa un anno.

È vero che rispetto ala durata media della malattia di quindici anni non è molto, ma è meglio di niente.

Questo per quel che concerne i farmaci che oggi usiamo correntemente.

Vi sono poi quelli di nuova generazione che arriveranno in Europa, si spera, il prossimo anno, i cosiddetti anticorpi monoclonali antiamiloide, che dovrebbero essere in grado di rallentare la degenerazione della malattia”.

Che ne pensa dei risultati a cui è pervenuta una ricerca in base alla quale gli esosomi derivati dalle cellule staminali alleviano la neurodegenerazione e la patogenesi dell’Alzheimer migliorando la neuroinfiammazione e regolando i percorsi molecolari associati?

“È una pista interessante.
Una prospettiva molto attraente, considerando che gli esosomi possono essere utilizzati per distribuire sostanze attive al cervello, capaci di attraversare la barriera emato-encefalica (la membrana che lo protegge da quanto succede nel resto del corpo).

È importante, per una corretta attività di divulgazione scientifica, precisare che, quand’anche questo studio, di natura molto preliminare, fosse confermato, ci vorranno numerosi anni prima che possa trovare reale applicazione nella pratica clinica.

Questo anche perché attualmente questo studio è stato fatto su un modello di neuroblastoma umano, apparentato con l’Alzheimer, ma molto lontano da esso. Del resto anche numerosi trial fatti sui topi transgenici Alzheimer, che ricapitolano la malattia umana meglio delle cellule di neuroblastoma, hanno fallito

È necessario dunque andare con i piedi di piombo e valutare bene gli effetti di questa tecnica, che non è affatto detto che conduca agli effetti sperati”.

Cosa ci si deve aspettare per il futuro?

“Attendiamo che il prossimo anno arrivino i nuovi farmaci che si aggiungeranno a quelli esistenti e ciò ci permetterà di poter somministrare terapie combinate.

Con l’utilizzo nella clinica impareremo a identificare i pazienti che rispondono meglio, per personalizzare sempre di più le terapie.

È possibile che in un futuro ancora più lontano potremo trattare i pazienti ad alto rischio, ancor prima che sviluppino i disturbi cognitivi, in quella che è nota come prevenzione secondaria a cui stiamo già attivamente lavorando”.
Fonte:
https://www.nature.com/articles/s41598-023-42485-4

Mirella Madeo

Giornalista pubblicista ed Avvocato, disabile. Ho 50 anni e vivo a Ravenna.

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