Milano diventa “smart” con le Olimpiadi. Ma l’accessibilità non può essere un effetto collaterale

Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 stanno accelerando una trasformazione urbana che Milano attendeva da tempo.

Centoquaranta nuovi ascensori e scale mobili, la modernizzazione di diciassette stazioni della linea M3, interventi al Villaggio Olimpico di Porta Romana e alla nuova Ice Hockey Arena di Santa Giulia: numeri che raccontano un investimento strutturale nella mobilità verticale, guidato da KONE, multinazionale finlandese fondata nel 1910, tra i principali gruppi al mondo nel settore di ascensori, scale mobili, tappeti mobili e soluzioni digitali per la gestione intelligente degli edifici.

È un segnale importante. Perché la mobilità verticale non è un dettaglio tecnico, ma un’infrastruttura abilitante.
Significa autonomia per chi ha una disabilità motoria, sicurezza per una persona anziana, normalità per chi si muove con un passeggino o affronta una condizione temporanea di ridotta mobilità.
Un ascensore funzionante non è un comfort: è una condizione di cittadinanza.

E tuttavia resta una domanda scomoda: perché serve sempre un grande evento per accelerare interventi che dovrebbero essere ordinari?

L’accessibilità come priorità permanente

Per anni, in molte città italiane, la manutenzione e l’aggiornamento di ascensori e scale mobili nelle stazioni metropolitane sono stati rimandati. Impianti fuori servizio per mesi, stazioni non pienamente accessibili, percorsi frammentati.
L’inadeguatezza infrastrutturale non è stata l’eccezione, ma una realtà diffusa.

L’arrivo dei Giochi ha trasformato ciò che era urgente in improrogabile.
La sostituzione di 48 ascensori e 50 scale mobili lungo la M3 ne è un esempio concreto.
È difficile non leggere in questa accelerazione il peso della visibilità internazionale.

Il rischio, in questi casi, è che l’accessibilità venga percepita come requisito reputazionale: si interviene perché il mondo guarda.
Ma l’accessibilità non può dipendere dai riflettori.

Oltre la logica dell’evento

Proprio qui si colloca l’elemento più interessante del progetto. La posizione espressa dall’amministratore delegato di KONE Italy & Iberica, Giovanni Lorino, va nella direzione opposta rispetto a una logica meramente emergenziale: l’obiettivo dichiarato è evitare opere destinate a esaurirsi con la fine dell’evento, lasciando invece un’eredità concreta per i residenti.

Il Villaggio Olimpico, destinato a diventare residenza universitaria, e l’Arena di Santa Giulia, con i suoi 16 mila posti, non sono strutture temporanee. I sedici ascensori installati nel primo e i ventisei impianti nel secondo rispondono a una visione di lungo periodo.
Se manutenzione, affidabilità e continuità del servizio saranno garantite nel tempo, l’intervento potrà davvero consolidarsi come infrastruttura stabile e inclusiva.

In questo senso, la sfida non è solo tecnologica ma culturale: progettare pensando al “dopo” significa riconoscere che la città è fatta prima di tutto da chi la abita quotidianamente.

Smart city o città equa?

La retorica della smart city è spesso associata a innovazione digitale, efficienza energetica, flussi ottimizzati.
Ma una città è davvero intelligente quando riduce le disuguaglianze di accesso.
Quando una persona con ridotta mobilità può spostarsi senza pianificare percorsi alternativi, senza temere che un impianto fuori servizio comprometta l’intera giornata.

Se le nuove installazioni e le modernizzazioni lungo la M3 contribuiranno a stabilizzare questo standard, allora il salto di qualità sarà reale.
Ma resta un tema sistemico: altre città italiane attendono ancora interventi analoghi, senza avere all’orizzonte un evento capace di catalizzare investimenti.

È qui che la riflessione diventa più ampia. L’accessibilità urbana non dovrebbe avere bisogno di un’occasione straordinaria per essere finanziata e realizzata.
Dovrebbe essere parte della pianificazione ordinaria, come l’illuminazione pubblica o la manutenzione stradale.

Un’eredità che misura la coerenza

Le Olimpiadi possono essere un acceleratore virtuoso. Possono trasformare l’urgenza in azione e lasciare infrastrutture che migliorano la qualità della vita.
Ma la coerenza si misurerà nel tempo: nella manutenzione costante, nell’efficienza degli impianti, nella capacità di estendere questo standard ad altre aree urbane.

Se la mobilità verticale diventerà davvero più sicura, sostenibile e “senza sforzo” per i milanesi anche tra dieci o vent’anni, allora l’investimento avrà superato la logica dell’evento.

L’accessibilità non è un effetto collaterale della modernità urbana.

È il suo parametro etico. Le città inclusive non si costruiscono per impressionare il mondo per qualche settimana, ma per garantire ogni giorno autonomia e dignità a chi le attraversa.

Immagine di copertina: Ufficio Stampa Espresso