LA CURA CHE RESTA. MARIA RITA PARSI ATTRAVERSO LA TESTIMONIANZA DI FABIO SALVATORE

Ci sono persone che non si limitano a svolgere una professione, ma la abitano fino a farla coincidere con il proprio modo di stare al mondo.

Maria Rita Parsi è stata questo: una donna in grado di trasformare la psicoterapia in relazione viva, la competenza in presenza, il sapere in responsabilità umana.
La sua recente scomparsa lascia un vuoto che non riguarda solo la comunità professionale, ma tutte le vite che ha attraversato, sostenuto, rimesso in cammino.

Psicologa e psicoterapeuta di fama internazionale,

Una delle voci più autorevoli nella tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Ha unito per tutta la vita rigore scientifico e impegno civile, clinica e dimensione etica, attenzione al singolo e visione collettiva.
Ma ridurla a un elenco di incarichi, pubblicazioni e riconoscimenti sarebbe come tradire la sua essenza.
Maria Rita Parsi è stata, prima di tutto, una presenza.
Lo è stata soprattutto nei luoghi più fragili dell’esistenza umana.

È proprio da qui che prende forma la testimonianza di Fabio Salvatore, una storia che incarna in modo limpido la sua visione della cura.
Un racconto che non parla di teorie, ma di carne viva, di attraversamenti dolorosi, di quella linea sottile che separa la sopravvivenza dalla resa.

Nell’agosto del 2023 Fabio si trova in uno dei passaggi più complessi della sua vita: un divorzio lacerante, un percorso oncologico alle spalle, la convivenza quotidiana con la fibromialgia.
Una somma di fratture che non riguarda solo il corpo, ma investe l’identità, il senso di sé, la possibilità stessa di immaginare il futuro.

È in questo spazio di estrema vulnerabilità che l’incontro con Maria Rita smette di essere un rapporto professionale e diventa un punto di tenuta esistenziale.

Prima, il loro legame si era incrociato in contesti pubblici e televisivi.
Ma è quando il dolore esce dalla scena e si fa privato, silenzioso, quotidiano, che la relazione cambia statuto.
Fabio non è più soltanto un paziente: è una persona smarrita, provata nel fisico e nello spirito, senza orientamento né fiducia.
La sofferenza interiore si intreccia al dolore cronico del corpo, fino a diventare una vera e propria malattia dell’anima.

In quei passaggi, Maria Rita sceglie di esserci. Non in modo invasivo, non salvifico, ma con una presenza costante, ferma, profondamente umana.
La cura, con lei, non è mai solo metodo: è accompagnamento.
È restare quando il buio diventa insostenibile. È tenere lo spazio quando l’altro non riesce più a farlo da solo.

Nei momenti più estremi, quando la tentazione di rinunciare alla vita si fa concreta, il suo ruolo diventa decisivo.
Attraverso l’ascolto, la fermezza e una presenza che Fabio stesso definisce materna, Maria Rita restituisce un significato profondo all’amore: non come sentimento astratto, ma come responsabilità, contenimento, riconsegna della dignità.
Un amore che non consola, ma sostiene.
Che non promette scorciatoie, ma attraversamenti.

Oggi resta il dolore della perdita. Uno smarrimento che fatica a trovare parole. Continuare il cammino senza quella presenza appare difficile, quasi impossibile.

Ma resta anche ciò che è stato consegnato: un’eredità di senso che continua ad agire.
La testimonianza di Fabio nasce proprio da qui, come atto di gratitudine e di responsabilità. Raccontare non per idealizzare, ma per restituire verità: quella di una cura che, quando è autentica, può diventare vita.

Maria Rita Parsi ha sempre sostenuto che la psicologia non può limitarsi a curare il sintomo, ma deve interrogare i contesti, le relazioni, le responsabilità adulte.
La sua attenzione ai bambini, agli adolescenti, alle persone fragili non è mai stata paternalistica, ma profondamente politica nel senso più alto del termine: prendersi cura della polis partendo dai suoi punti più esposti.

Il suo lascito non è fatto solo di libri o di ruoli istituzionali, ma di relazioni che continuano a parlare, di vite che testimoniano.
Come quella di Fabio Salvatore, che oggi incarna pienamente la sua visione: la fragilità non come mancanza, ma come spazio di verità; la cura non come tecnica, ma come incontro; l’umano non come limite, ma come possibilità.

Immagine di copertina: Ufficio Stampa Terenzi Communications