Le proprietà medicamentose dei rimedi nelle voci di chi cura con l’omeopatia

In vista della giornata mondiale sulla omeopatia che si terrà nel prossimo mese aprile, riproponiamo quanto illustrato nel seminario del 2022.

Un webinar organizzato, come da consuetudine, dalla sezione calabrese FIAMO (Federazione Italiana delle Associazioni e dei Medici Omeopatici), in parallelo con le altre sedi della FIAMO e con l’associazione omeopatica europea (ECH) e quella mondiale (LIGA), nell’anniversario della nascita di Samuel Hahnemann, medico tedesco, padre del metodo omeopatico, vissuto fra il 1755 e il1843 che, come introdotto dal Coordinatore della FIAMO Calabria, dottor Sebastiano Di Salvo, è stato finalizzato a fornire informazioni corrette sulla omeopatia, sfatare i luoghi comuni che le stanno attorno ed a favorirne l’integrazione con la medicina convenzionale.

Congresso FIAMO 2017 -Reggio Calabria

STORIA E SPERIMENTAZIONE

La dottoressa Giovanna Cuzzucrea, medico di medicina generale e omeopata, ha tracciato un escursus storico introduttivo, partendo dalla sperimentazione sull’uomo, capo cardine su cui si fonda l’omeopatia.

La medicina omeopatica nasce dunque dall’esperienza, ovvero dall’osservazione, attraverso l’utilizzo di sostanze medicamentose, studiandone e valutandone gli effetti sull’organismo umano.

Hahnemann arrivò a formulare l’ipotesi omeopatica tramite lo studio di alcune sostanze tossiche che venivano usate come medicamenti, ma che spesso avevano effetti peggiorativi sulla malattia per la quale venivano impiegate.

L’avvelenamento da bacche di belladonna poteva, ad esempio, provocare eruzioni cutanee scarlattinose molto violente.

Lo stesso Hahnemann scoprì. in seguito, che l’uso diluito di piccole dosi di questo medicamento, aveva invece un effetto positivo sulle predette escoriazioni e, testando gli effetti dinamici di questa procedura di diluizione dei medicamenti sull’organismo, sperimentata anche su se stesso, osservò che, nonostante la graduale fluidificazione con cui questi venivano somministrati, i risultati a cui si perveniva erano sorprendenti e che più le dosi venivano diluite, più il giovamento ottenuto era maggiore.

Un lavoro di osservazione, durato quindici anni, quello condotto da Hahnemann, che portò alla stesura del Trattato su un nuovo principio per scoprire le virtù mediche dei rimedi.

La sperimentazione pura è il pilastro della dottrina omeopatica, attraverso la quale è possibile conoscere gli effetti delle sostanze su un organismo e dai sintomi raccolti dai test fatti dagli sperimentatori su sé stessi, è possibile formulare la materia medica di un dato rimedio, che se somministrato a pazienti con una sintomatologia simile e congruente, porta aolla guarigione lunga e curativa.

La sperimentazione catalizza l’attenzione sull’uomo ed il suo rapporto con l’universo.

In quest’ottica si diviene inevitabilmente attori e spettatori di sé stessi, in quanto si osservano i mutamenti che si verificano nel proprio corpo, anche da quanto è possibile notare dall’esterno.

Un’esperienza imprescindibile per il medico omeopata, che deve percepire la vera azione delle sostanze in potenza ed affinare la capacità di auto osservazione e per sintonizzarsi sullo strumento di cura da applicare in un caso concreto.

La materia medica raccolta nel corso del tempo dai vari studiosi, è però valida solo per un numero limitato di rimedi, ragion per cui è necessario continuare a fare sperimentazione, affinché si possa trovare la sostanza in grado di curare il singolo individuo nella maniera più adeguata.

Nei metodi di ricerca del passato, la sperimentazione veniva effettuata sui medici stessi che volontariamente vi si sottoponevano, attraverso l’assunzione della sostanza medicamentosa.

Non si faceva ricorso al placebo e l’esposizione dei risultati ottenuti era molto dettagliata e minuziosa, sebbene non si era soliti fare relazioni sui dati statistici raccolti, a differenza di quanto invece avviene nelle metodologie sperimentali attuali che, basandosi su principi scientifici convenzionali, utilizzano un doppio e triplo cieco per eludere condizionamenti ed aspettative, facendo in modo che chi assume una sostanza non sappia cosa in realtà abbia assunto.

Nella medicina omeopatica le principali informazioni sull’uso di un farmaco derivano dalla sperimentazione sull’uomo sano mentre nella medicina convenzionale la sperimentazione iniziale si effettua prevalentemente sugli animali, sulle piante e sulle culture o altri sistemi in vitro, mentre la sperimentazione sui sani serve per valutare i possibili effetti collaterali.

METODOLOGIE DI RICERCA

Nel suo intervento il dottor Egidio Galli, medico sportivo e omeopata, ha classificato dettagliatamente le diverse metodologie di ricerca che si adoperano in omeopatia.

La conoscenza del potere medicamentoso dei rimedi è, per eccellenza, il dovere primario per un medico omeopata, che deve per questo avvalersi di tutti gli strumenti di cui si dispone per giungere ad essa.

Questi deve, infatti, avere conoscenza di quelle che sono le proprietà intrinseche di ciascuna sostanza, affinché possa agevolmente individuare la giusta terapia da somministrare al proprio paziente.

La fonte della sperimentazione omeopatica, come abbiamo appreso in precedenza dalla dottoressa Cuzzocrea, è una procedura praticata sull’uomo sano, fulcro della conoscenza dei rimedi, che prende in considerazione anche la sua sfera emozionale e che pertanto è un sistema molto complesso, difficile da validare.

Un altro criterio è quello della tossicologia tradizionale, ossia un metodo che consente la conoscenza dei danni e delle lesioni a livello organico e funzionale delle sostanze.

Accanto alle numerose sottospecie basate sulle nuove tecnologie, cosiddette omiche, in grado di fornire informazioni molto precise, va menzionata infine la metodologia clinica, quella cioè che permette di stabilire la sostanza più appropriata da utilizzare, sulla base del quadro clinico del paziente.

Affinché si possa individuare e personalizzare la terapia da applicare ad un caso specifico, è necessario avere una conoscenza globale ed approfondita dell’organismo umano.

Il trattamento omeopatico, dovendo selezionare un trattamento estremamente individualizzato, ha anticipato il concetto di medicina di precisione, che solo negli ultimi tempi è stato riscoperto dalla medicina convenzionale.

Le scienze omiche rappresentano un nuovo orizzonte di ricerca.

Una fonte di conoscenza che, in base al principio di similitudine, fa sì che un unico rimedio possa funzionare sia per la cura di diverse patologie, fornendo informazioni utili, sia per i rimedi, per comprendere meglio quale possa essere la loro applicazione in ambito omeopatico ed in terapia.

Questo dimostra come da un punto di vista scientifico si possa avere spiegazione del rimedio omeopatico e della sua ampiezza di azione .

Tutto questo non fa che avvalorare la tesi di come l’omeopatia sia, già da tempo in realtà, all’avanguardia, proiettata nel futuro, laddove la medicina ricerchi sempre di più una medicina di precisione e personalizzata.

RAPPORTO MEDICO PAZIENTE

La Dottoressa Irene Crisafulli, psichiatra e omeopata, ha relazionato sul rapporto medico-paziente.

L’empatia è uno degli aspetti più rilevanti nel rapporto medico paziente, che gioca un ruolo fondamentale nel processo di cura.

Un elemento che, nel corso degli anni, è stato circondato da una aurea di sacralità.

Il “guaritore” è colui che riesce ad instaurare un rapporto empatico con il suo paziente, avendo a cuore il suo benessere, se pur nella piena consapevolezza dei propri limiti, teso alla ricerca interiore ed all’evoluzione.

Una relazione “intima” in cui la conoscenza di sé, in quanto medico, finisce con il fondersi perfettamente con quella di chi si affida, con fiducia, alle cure di quest’ultimo. L’impatto con il dolore e con la malattia del proprio paziente può essere talmente devastante che l’unica maniera per superarlo è il sincero interesse di costui per il benessere dell’altro.

Un’attenzione all’uomo, secondo etica professionale, che passa anche attraverso la profonda condivisione del dolore altrui, in una visione dello stesso che si scosta da un livello puramente materiale per sfociare invece in una sfera spirituale, nella ricerca di un percorso di cura possibile.

Occorre dunque sfrondare il superfluo per cogliere l’essenziale, in un continuo sfasamento del proprio baricentro che deve essere continuamente ricercato in una dinamica fluida e priva di scossoni. L’osservazione fenomenologica e l’ascolto dell’altro, scevre da interpretazioni che possano inficiarne la genuinità, consentono il contatto pieno con l’altro e dell’altro con se stesso.

Nella relazione medico paziente, questi non è soggetto passivo.

Non gli viene infatti richiesto di accettare passivamente un percorso di cura, bensì di partecipare materialmente allo stesso.

DIFFERENZE E SIMILITUDINI DEI RIMEDI OMEOPATICI

Il dottor Gaetano Arcovito, psichiatra e omeopata, ha declinato le differenze e le similitudini dei rimedi omeopatici in quella branca della medicina relativamente recente definita microdose.

Come è stato ampiamente esplicato in precedenza, nei suoi numerosi studi Samuel Hahnemann pervenne ad una sorta di definizione dei rimedi omeopatici e, mediante diluizione del prodotto somministrato, a ridurne gli effetti collaterali sull’organismo umano.

Il farmaco omeopatico si ottiene utilizzando sostanze di origine minerale, chimica, vegetale, animale e biologica, che per essere considerato tale, oltre a dover essere costituito da un’unica sostanza, deve essere stato sottoposto, altresi, ad una sperimentazione patogenetica pura, ossia ad una sperimentazione sull’uomo sano, allo scopo di avere un quadro generale dei sintomi propri del rimedio stesso, ed il principio attivo deve essere diluito ed agitato, ovvero dinamizzato.

In assenza di uno dei predetti requisiti, non si può parlare di rimedio omeopatico.

Quello della microdose è un metodo simile a quello omeopatico elaborato da Eugenio Martinez Bravo, medico messicano, il quale trovandosi nella difficoltà di reperire grosse quantità di farmaci, ha iniziato a diluire antibiotici, antinfiammatori ed altri medicinali, in modo da avere un prodotto moltiplicato che potesse mantenere un efficacia terapeutica che fosse prolungata nel tempo. Iniziò quindi a diluire piante medicinali dall’efficacia già comprovata, ed a somministrarle a persone indigenti che non avevano possibilità di acquistarle.

Un metodo rivoluzionario che prese piede principalmente nei paesi in via di sviluppo o sottosviluppati come l’America latina e Cuba.

Tuttavia, la svolta del predetto metodo si ebbe solo nel 1992, quando Martinez fu chiamato dall’università cubana, dove in dei laboratori sofisticati, affiancato da illustri ricercatori, cominciò a studiare in maniera più approfondita i vari impieghi che potevano avere le microdosi.

Un’altra branca che fa uso di rimedi diluiti è la lowdose medicine, ovvero farmaci a basso dosaggio, medicina olistica, orientata ad intercettare le cause di una malattia mediante l’uso di sostanze già presenti nell’organismo, al pari della lowdos medicine, è l’ultra lowdos medicine che, ripristinando la connessione, interrotta dalla malattia, riequilibria lo status quo tra le cellule ed interviene sulla globalità dell’individuo.

ASPETTO FILOSOFICO DELL’OMEOPATIA

Nella sua relazione la dottoressa Laura Sambo, ginecologa e omeopata, ha esplorato l’aspetto filosofico della omeopatia, spiegando la ragione per la quale questa è definita scienza olistica, non violenta ed ecocompatibile, tre aspetti strettamente compenetrati, legati alla stessa.

L’olismo è il modo unitario ed organico di concepire la realtà, nella quale tutti siamo interconnessi ed interdipendenti, sia a livello macrocosmico che microcosmico.

Secondo la visione olistica, l’essere umano deve essere dunque considerato come organismo inscindibile di corpo, pensieri, emozioni, personalità, ambiente sociale ed anima.

Una trama indivisibile in cui ogni cosa è interconnessa, un legame sperimentabile peraltro nel rapporto tra l’uomo e la natura. In quanto discendenti da un’unica sorgente creatrice, siamo tutti interconnessi.

In base all’approccio olistico infatti l’uomo è parte integrante di una continua evoluzione delle forme di vita. L’universo stesso è cioè una rete dinamica di eventi interconnessi.

La medicina omeopatica è per l’appunto la medicina della persona che si prende cura dell’uomo nella sua totalità ed, al tempo stesso, della sua diversità con tutti gli altri esseri viventi con i quali è in stretta connessione.

Una salute che va ristabilita in maniera rapida, dolce e duratura, attraverso la distruzione della malattia per la via più breve, più sicura e di minor pregiudizio.

Madre Teresa di Calcutta, premio nobel per la pace, convinta sostenitrice della non violenza, favoriva anche l’uso della terapia omeopatica nelle sue case.

Come sostenuto da Mahatma Gandhi, uno dei primi a sperimentare in India su di sé e sui propri familiari questo tipo di medicina, l’omeopatia è il metodo più raffinato ed economico per curare una persona, nella sua unicità ed irripetibilità, che deve perciò essere vista nella sua globalità e complessità.

Essendo la stessa considerata sempre aprioristicamente rispetto a quella che può essere una banale classificazione della sua malattia, la medicina omeopatica è “nemica” delle etichette e lo è altresi della fretta.

Per comprendere sino in fondo l’individuo nel suo essere complesso, è necessario prendersi del tempo, ascoltare il suo malessere ed individuare la terapia da seguire.

L’omeopatia fa dunque suo il principio di Ippocrate “primum non nuocere”, secondo cui la medicina non deve cagionare nocumento al paziente, effetti collaterali che possono invece insorgere nell’ambito della medicina tradizionale.

Il terzo ed ultimo principio dei tre aspetti peculiari della omeopatia, è costituito dall’avere cura della casa comune, ossia dell’ambiente intorno a noi che, come detto nell’enciclica “Laudato si” di Papa Francesco, dedicata alla bellezza del creato, ci sostenta e per questo dobbiamo averne cura.

Un principio di tutela quindi che non si limita a preservare l’integrità della persona, ma che si estende all’intero universo circostante, al regno vegetale e minerale.

Un’attenzione totalitaria che si esplica del resto nel fatto che in omeopatia, come precisato in precedenza dalla dottoressa Cuzzucrea, la sperimentazione viene fatta sull’uomo sano e non sugli animali.

L’OMEOPATIA NELLA LETTERATURA E NELL’ARTE

Il dottor Sebastiano Di Salvo, ha fatto riferimento ad alcuni personaggi illustri della letteratura, del panorama artistico e musicale, che si sono curati con rimedi omeopatici.

Similitudine, un farmaco per volta e dosi diluite e dinamizzate, sono questi i tre criteri più utilizzati e privilegiati in omeopatia.

La similitudine è molto presente nella bibbia, in particolare nella creazione di Dio che plasma l’uomo a sua immagine e somiglianza e nell’episodio biblico mosaico del popolo che mormora contro Dio e viene morso da un serpente velenoso e l’unico modo per guarire è guardare il serpente appeso al palo, figura emblematica che rimanda a Dio crocifisso, entrambi esempi di similitudine anche come terapia oltre che come legge.

Rappresentazioni del medesimo principio possono essere rintracciate anche nella cultura greca, ad esempio, quando Telefo ferito da Achille, guarì la sua ferita con la polvere della sua lancia.

Ed ancora, Ippocrate che stabilì i due criteri di cura, quali i simili ed i contrari.

Tra le testimonianze della omeopatia nella storia, va sicuramente ricordata quella di EW Legouvè, scrittore drammaturgo francese, che aveva una figlia gravemente ammalata e morente, il quale, come si usava fare in passato, si rivolse ad un pittore affinché la ritraesse.

Fu proprio quest’ultimo che, vista la gravità della bambina, gli suggerì di interpellare Hahnemann, che si trovava a Parigi da poco, informandolo sul nuovo metodo sperimentale che stava utilizzando e che probabilmente avrebbe potuto giovare a sua figlia, la quale in effetti, dopo qualche tempo, riuscì a guarire.

Memore delle delusioni avute in passato in seguito all’essersi sottoposto a diverse terapie, Beethoven rifiutò invece di rivolgersi ad Hahnemann.

Al contrario di Paganini, malato di sifilide, il quale invece, dopo aver assunto, senza alcun risultato, farmaci molto tossici, a base di mercurio, pensò di rivolgersi ad Hahnemann, ma ebbe l’ardire di corteggiare la moglie e fu quindi rimandato alle cure di un altro medico.

Chopin e George Sand, sono un esempio di “coppia omeopatica”.

Chopin, malato di tubercolosi, allo stadio terminale, si fece curare da Molem, medico omeopata, che ne riuscì a ripristinare l’equilibrio organico.

A seguito della morte di costui però, la tubercolosi che affliggeva Chopin ebbe il sopravvento, sino a decretarne la morte.

Anton Čechovche, a causa della sua brutta esperienza con il tifo, che lo privò di sua madre e di sua sorella, abbandonò la professione medica convenzionale, definita dallo stesso Čechovche “sua sposa”, quando era ancora molto giovane, per dedicarsi alla letteratura che egli definì “sua amante“ e in un suo racconto cita la terapia omeopatica.

Merita infine di essere menzionata Louisa May Alcott, autrice del romanzo” Piccole Donne”, la quale ha esaltato i poteri medicamentosi della belladonna come possibile rimedio preventivo della scarlattina.

CONCLUSIONI

Il dottor Vincenzo Falabella, direttore della scuola di medicina omeopatica EMC Gruppo AFMO di Reggio Calabria – psichiatra – , ha concluso l’incontro, parlando di sé, della sua professione e del suo rapporto con il suo paziente, a cui si rivolge come se stesse facendo con lui una seduta di terapia, conferendo al suo intervento una forma che, a tratti, acquisisce la forma di un dialogo con quest’ultimo.

La medicina omeopatica è strettamente correlata all’attitudine ed alla sensibilità del medico ad individuare il rimedio più appropriato possibile in relazione al paziente che vi si affida.

Una buona terapia nasce sempre da una buona visita, senza la quale non vi può essere trattamento che giovi ad un paziente.

In questa prospettiva è dunque necessario che la persona venga messa nelle migliori condizioni per fare in modo che si possa pervenire ad una conoscenza approfondita di sé, nella consapevolezza, sia del medico che del paziente, dell’impossibilità di conoscere tutto e subito.

Mi affascina la capacità del rimedio omeopatico nel veicolare una serie di messaggi e di energia in un corpo malato, il tuo corpo, – ha sottolineato il dottor Falabella –, ma raramente se ne esce sconfitti.

Durante una visita, psichiatrica quanto omeopatica, mi affascina osservare la postura della persona che siede dinanzi a me, leggere l’espressione del suo volto che cambia.

Occhi che a volte mi guardano in maniera critica, o con speranza, spesso poco convinti.

Sentire il tono della sua voce che, all’udire delle mie domande “intrusive”, diventa secca, per poi placarsi, mentre le nostre emozioni si susseguono”.

Cosa porto come bagaglio essenziale dopo quaranta tre anni di professione?

“Che ogni visita è tale, solo se è in grado di costruire una relazione paritaria che è già essa stessa terapia, in quanto necessita di accoglierti come paziente e deve saper anche farti turbare e saperti congedare al suo termine”.

“In una visita – continua – occorrono sia una disponibilità interiore per sapere realmente ascoltare l’altro, sia tempo per farlo, in quanto raccontarsi implica uno sforzo in più che richiede del tempo.

Tempo necessario anche per poter entrare in simbiosi con l’altro.

Creare cioè un’empatia con la persona che si è affidata, con fiducia, alle mie cure, sino a toccare il suo disagio ed il suo dolore, ma sempre con attenzione e con sincero rispetto”.

Cosa ho compreso in tutti questi anni di esperienza?

“Che tu, paziente, hai i tuoi tempi, che vanno forzati solo in determinati momenti, in un’alternanza difficile per entrambi.

Ho compreso che posso curarti, ma vorrei guarirti, perché guarire ha a che fare con il mio stesso essere omeopata”.

Cosa percepisco dopo la prescrizione?

“Che se, tu paziente, nel percorso successivo al rimedio omeopatico, non esprimi il tuo disagio e la tua sofferenza, significa che quel rimedio non va bene, anche se non so ancora quanto sadismo vi sia stato in Hahnemann e quanto ve ne sia in me, nell’osservare il disagio altrui.

Ho imparato che solo dopo un lungo e buio percorso di terapia c’è la luce.

Che quel passaggio tra il buio e la luce, tu paziente, lo attribuisci a me, ma in verità è solo frutto del mio lavoro e che spesso nel buio come nella luce non posso sostenerti.

Che posso e devo rispondere alle tue domande durante la terapia, spiegando e rispiegando concetti già esplicati in precedenza.

Che se voglio curare realmente, posso ma non devo essere tuo amico, poiché la mia soggettività rende già molto difficile la terapia”.

Cosa intuisco al termine della terapia?

Che a volte un rimedio in più è meglio, e che in altre circostanze sarebbe invece bastato il contrario.

Ho compreso che sia tu che io stiamo meglio al di fuori di quell’ambulatorio, ma sappiamo, al tempo stesso, che quanto abbiamo fatto in quel momento, è stato importante per entrambi, meglio, se ha portato alla tua guarigione.

Ho imparato che ciò che ti ha migliorato è strettamente collegato al tuo impegno, al tuo sistema di credenze perché insieme abbiamo costruito un’operazione terapeutica.

Che ciò che ti ha gravato, quanto è rimasto inalterato e ciò che invece ti ha migliorato, è connesso al tuo impegno, alla fiducia che hai riposto in me, medico ed all’armonia interiore che hai costruito.

Se i rimedi, nel corso del tempo, non hanno agito come avrebbero dovuto, avrò comunque imparato qualcosa e tu, paziente, avrai sicuramente verificato qualcosa.

Qualora invece gli stessi fossero stati efficaci, tu sarai soddisfatto delle scelte fatte ed io non mi sentirò migliore o più bravo.

Credo solo che il simile curi il suo simile”.

Il dottor Falabella, ha voluto dare il suo contributo piu personale al seminario, condividendo il suo vissuto intimo con la propria malattia, che gli ha permesso di scoprire, come lui stesso ha detto in seguito, aspetti inaspettati di sé.

“Nell’omeopatia ho sempre ricercato un modo per raggiungere l’armonia del corpo e della mente, tralasciando per troppo tempo la mia spiritualità.

Ho scoperto parti di me oscure e verità sottaciute, così facendo ti ho aiutato a scoprire altre verità illuminanti. Nella mia vita professionale ho portato a termine tante terapie.

Adesso, sono consapevole che, presto, per ragioni di vita, giungerà il momento in cui, pur avendo acquisito, nel corso degli anni, maggiore esperienza, titoli e conoscenze, non potrò più curare e questo non è traumatico” – afferma, con una lieve flessione della voce -.

Sono contento di essere medico omeopata, di avere osato nella vita, nella professione e nella omeopatia e di essermi divertito a giocare con essa, ma sempre, come si fa nel vero gioco, con il massimo impegno e la massima serietà.

Se ho lavorato per tanto tempo, con e per l’omeopatia, è perché così doveva essere e tutti i miei pazienti mi dovevano incontrare.

Se sono riuscito a liberarli dalla malattia è perché ho lottato per la mia libertà e se l’atto terapeutico che ho operato su di te sarà stato in grado di mettere in sintonia il tuo corpo, la tua mente ed il tuo spirito, allora saprò di aver fatto la mia parte”.

Una testimonianza, quella del dottor Falabella, nella quale traspare tutta l’umiltà di un uomo, ancor prima che di un professionista, che offre alla comunità l’essenza più intimistica di sé, tracciando con il proprio vissuto, il sentiero da seguire per quanti verranno dopo di lui, in un gesto di autentico amore nei confronti di quel paziente, a cui egli ha dedicato tutta la sua vita.

Mirella Madeo

Giornalista pubblicista ed Avvocato, disabile. Ho 50 anni e vivo a Ravenna.

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